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21.07.2025

Corsi per attività di sostegno: in alcune regioni pochi iscritti per la specializzazione, allarme dal Piemonte (e non solo)

Reginaldo Palermo

L’ennesimo allarme sui problemi del “sostegno didattico” agli alunni e alle alunne con disabilità arriva dal Piemonte.
Proprio oggi, sulle pagine del quotidiano Repubblica, si può leggere una intervista a Cecilia Marchisio, direttrice dei corsi di  specializzazione per le attività di sostegno dell’Università di Torino.

Il problema è grave e serio, sostiene Marchisio che spiega: “Non penso però che la soluzione sia moltiplicare all’infinito gli insegnanti di sostegno specializzati; figure che ancora oggi sono interpretate quasi come angeli custodi accanto a ‘ragazzi speciali’: ma questa non è la visione di promozione di piena cittadinanza a cui ci chiama la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità e la nostra legislazione scolastica, che è ottima”.
Sulle soluzioni “strategiche” Marchisio conferma opinioni che abbiamo già raccolto più volte: occorre una formazione seria e strutturata.

Il problema più grave riguarda il fatto che esiste una sproporzione fra posti disponibili e docenti specializzati, soprattutto in alcuni ordini scuola.
In Piemonte, su 18mila docenti di sostegno solo il 18% è abilitato, ma quest’anno, i poco meno di 900 posti disponibili per la specializzazione non andranno esauriti.
In particolare – dice la professoressa Marchisio – sono 150 i posti nei corsi del sostegno per la scuola dell’infanzia ma sono arrivate 57 candidature, mentre per la primaria in 183 hanno chiesto di abilitarsi al sostegno, su 400 posti. Invece sono più alti i numeri delle candidature negli altri ordini di scuola: 364 per 220 posti delle scuole medie e 426 per i 110 posti disponibili per le scuole superiori”.

E, in prospettiva, la situazione non potrà che peggiorare: “Il Ministero – spiega Marchisio – stima un fabbisogno di 11mila docenti formati in tre anni, quasi quattromila all’anno. Un numero tecnicamente impossibile, ci sarebbe voluto uno stadio per accoglierli tutti”.
Sulla carenza di iscrizioni ai corsi di specializzazione potrebbero aver inciso anche l’offerta dell’Indire: “Chi è che non preferirebbe spendere la metà dei soldi e fare un breve corso interamente on line? Capisco le esigenze dei precari, ma anche le ragioni del movimento ‘Mai dire Indire’: non è sufficiente aver insegnato tre anni senza formazione per saper insegnare”.

“D’altronde – conclude Marchisio – non immaginiamo che chi fa volontariato in ospedale possa con il tempo diventare infermiere. Un discorso del genere non si è mai fatto con altre professioni. Mentre nella scuola si è aperta la porta al ruolo di insegnante di sostegno anche a chi non aveva nemmeno i requisiti minimi”.

Il problema è che una formazione incompleta e parziale rischia di avvalorare una interpretazione del ruolo dell’insegnante specializzato in funzione “assistenziale-caritatevole”, come sottolinea la professoressa Marchisio e come spesso afferma anche Raffaele Iosa, noto esperto di problemi dell’inclusione.La strada corretta è un’altra e deve condurre a docenti preparati anche a sostenere il lavoro di progettazione collegiale in materia di inclusione.

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