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Aggiornato il 07.04.2026
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Dad a maggio 2026? L’Italia si fermerà? Crosetto: “È ciò che si teme. Non tutto, ma molto”

La crisi internazionale scatenata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran non è solo una questione di geopolitica lontana. Arriva dritta nelle case degli italiani, nelle aziende, e potenzialmente anche nelle aule scolastiche. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lancia l’allarme: entro un mese il Paese potrebbe trovarsi a corto di energia. E subito si riaccende il dibattito su chi dovrà pagarne il prezzo.

Un Paese a rischio blackout

Nel corso di una recente intervista al Corriere, il ministro Crosetto non ha usato mezzi termini. Alla domanda se esista il rischio concreto che tutto si blocchi, la risposta è stata netta: “È ciò che si teme. Non tutto ma molto”. Il riferimento è alla tenuta delle forniture energetiche, messa a rischio dall’escalation militare nel Golfo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al termine di una missione diplomatica nella regione, aveva già avvertito che l’Italia potrebbe non disporre di riserve energetiche sufficienti. Crosetto ha difeso quel viaggio dalle critiche dell’opposizione, definendo “infantile e ridicolo” chi lo ha giudicato inutile, e ha sottolineato come i margini di manovra siano “inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme”. Nel frattempo, il ministro ha già avviato contatti con i suoi omologhi giapponese e kuwaitiano, cercando di costruire una rete di cooperazione che consenta al Paese di non farsi trovare impreparato. Il quadro, però, resta preoccupante.

Il fantasma della Dad torna ad aleggiare

È in questo contesto che si inserisce l’allarme lanciato da Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief. Pacifico non ha proposto il ritorno alla didattica a distanza, ma ha sollevato uno scenario che molti preferirebbero non considerare: “Se la crisi energetica dovesse aggravarsi ulteriormente, il Governo potrebbe essere costretto a ripescare misure già usate durante il Covid come la DAD o lo smart working per il personale scolastico per tagliare i costi di riscaldamento e trasporto”. Un avvertimento, dunque, non una proposta. Il sindacato, ha precisato lo stesso Pacifico, “non auspica l’aggravarsi della crisi, ma chiede interventi strutturali a favore di famiglie e lavoratori in difficoltà per il caro carburanti e per l’inflazione”, considerando la Dad “una misura emergenziale da confinare a scenari estremi, non certo un modello da riproporre”.

Come riportano fonti del Corriere, dal ministero arriva immediato un secco “non è una misura contemplata nel piano del governo”, quindi, per il momento le scuole resteranno aperte.

La scuola non si tocca

La sola ipotesi ha però scatenato la reazione immediata della Rete nazionale scuola in presenza, che raccoglie associazioni, comitati e organismi contrari a qualsiasi riduzione della didattica in classe. “La scuola non può essere trattata come una variabile dipendente delle crisi economiche o belliche”, si legge in una nota della Rete. “Va difesa, sostenuta e preservata, sempre”. Le associazioni ricordano con forza quanto accaduto durante la pandemia: “L’esperienza degli anni scorsi ha già mostrato con chiarezza quanto la didattica a distanza abbia amplificato il disagio psicologico, relazionale ed educativo di bambini e adolescenti, colpendo in modo ancora più grave gli studenti più fragili”. La Rete contesta anche la logica selettiva che, a suo avviso, si cela dietro certe proposte: “Con la stessa logica, si dovrebbe allora proporre la chiusura di aziende, acciaierie, centri commerciali, compagnie aeree e navali”. La conclusione è netta: “Proprio nei momenti segnati dalla guerra e dalle tensioni internazionali, la scuola dovrebbe essere semmai ancora più sostenuta, perché è il luogo in cui si educa alla convivenza, al rispetto delle differenze, alla cooperazione, alla pace”.

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