Ancora violenza tra giovani: nella tarda serata di ieri, 6 aprile, a Crema, un giovane di vent’anni è morto dopo essere stato preso a sprangate e bastonate per strada da un 17enne. Lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, su La Repubblica, ha scritto una riflessione sulle frequenti aggressioni tra giovanissimi.
“Di fronte a questi bollettini che parlano di una società sempre più in crisi, sempre più spesso, ci limitiamo a scorrere. Leggiamo, commentiamo, magari ci indigniamo per qualche minuto, poi torniamo alla nostra giornata. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci più della violenza stessa: il fatto che stiamo imparando a conviverci”, ha esordito.
“La domanda è dove abbiamo smesso di educare? E quando abbiamo iniziato a pensare che educare non fosse più una responsabilità condivisa? La violenza non esplode, si costruisce. Si costruisce nelle piccole cose che lasciamo passare, nelle battute che facciamo finta di non sentire, nelle prese in giro che diventano normalità, negli schiaffi che vengono minimizzati come “ragazzate”. Si costruisce quando il linguaggio dell’umiliazione entra nelle relazioni quotidiane e non trova argini. E si costruisce, soprattutto, quando riempiamo le teste di contenuti ma dimentichiamo di formare le persone”, ha aggiunto.
Ecco la proposta dell’esperto, in merito alla scuola: “Le nostre scuole funzionano, spesso anche bene, sul piano dell’istruzione. Programmi, verifiche, voti. Ma continuiamo a trattare il rispetto e l’empatia come qualcosa di accessorio, come se fossero competenze ‘naturali’ che arrivano da sole. Non è così. Non lo è mai stato. Il rispetto è un limite, e i limiti vanno insegnati”.
“L’empatia è una capacità, e le capacità si allenano. Rispetto ed empatia devono diventare materie vere, obbligatorie, settimanali, dalla scuola dell’infanzia in poi. Non progetti sporadici, non qualche ora di educazione civica inserita a margine, ma un percorso continuo, strutturato, valutato con la stessa serietà delle altre discipline. Perché senza queste basi, tutto il resto rischia di perdere significato. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi alla scuola”.
“Perché nel frattempo abbiamo anche adulti sempre più soli. Genitori stanchi, disorientati, spesso pieni di senso di colpa o di paura di sbagliare. Non è questione di colpa, ma di realtà: educare oggi è più complesso di ieri, e non possiamo continuare a lasciare le famiglie senza strumenti.
Serve un sostegno concreto alla genitorialità, stabile e accessibile, non fatto di incontri occasionali ma di percorsi veri, che aiutino gli adulti a tornare a essere punti di riferimento. A reggere la frustrazione dei figli senza evitarla, a mettere limiti senza sentirsi sbagliati, a non delegare tutto alla scuola o agli schermi. Perché senza adulti solidi, nessun ragazzo può diventarlo davvero. In queste storie non c’è solo chi colpisce. C’è anche chi guarda, chi non interviene, chi si abitua”, ha concluso.
“Nelle scuole italiane si è sempre fatta e si continuerà a fare educazione sessuale”, ha dichiarato Valditara a novembre, facendo riferimento alle Nuove Indicazioni Nazionali del primo ciclo.
“Nei nuovi programmi si introduce per la prima volta ed in modo esplicito l’educazione al rispetto della persona e all’empatia affettiva: insegnare a dire ‘no’, riconoscere dinamiche di possesso, promuovere relazioni positive”.