L’autonomia scolastica, nata per rispondere all’esigenza di adeguare l’offerta formativa ai bisogni dei
territori e per favorire una maggiore efficienza gestionale, sta paradossalmente producendo effetti opposti
rispetto a quelli auspicati, sia sul piano didattico-formativo sia su quello gestionale. In questo articolo mi
concentrerò esclusivamente sulla prima delle due problematiche.
In un contesto autenticamente autonomistico, pur nel rispetto delle linee guida e delle indicazioni
nazionali, l’offerta formativa delle istituzioni scolastiche avrebbe dovuto recepire le istanze provenienti
dalla programmazione regionale e, soprattutto, dai territori di riferimento, integrandole nei singoli curricoli
scolastici. A tal fine sono state emanate norme che hanno introdotto quote significative di autonomia e
flessibilità. L’obiettivo dichiarato era consentire alle scuole di adattare i suggerimenti nazionali alle esigenze
locali, personalizzando l’offerta formativa mediante l’introduzione di discipline opzionali e/o il
potenziamento di quelle già previste nei piani di studio nazionali, entro limiti percentuali definiti, nonché
attraverso specifici progetti destinati ad arricchire ulteriormente l’offerta formativa.
In un simile quadro appare evidente come le competenze degli organi tecnici della scuola – collegio dei
docenti e consigli di classe – avrebbero dovuto essere valorizzate ed esaltate, attribuendo al corpo docente
un ruolo ancora più centrale sotto il profilo didattico-pedagogico.
A distanza di oltre venticinque anni dall’introduzione dell’autonomia scolastica, tuttavia, si è assistito a un
progressivo e costante indebolimento degli organi collegiali, ormai ridotti, nella pratica quotidiana, a meri
organismi burocratici di ratifica. Decisioni rilevanti in ambito didattico ed educativo vengono sempre più
spesso assunte da singoli o da gruppi molto ristretti di persone che, con preoccupante frequenza,
intervengono su questioni che incidono direttamente sulla formazione dei giovani, limitandosi – quando va
bene – a richiedere agli organi collegiali un’approvazione formale di scelte extra-collegiali.
Anche per questo motivo il prestigio sociale dell’insegnante continua inesorabilmente a diminuire.
Ciò che inquieta maggiormente, però, è l’accettazione passiva di tali pratiche da parte della stragrande
maggioranza degli insegnanti, i quali sembrano aver progressivamente interiorizzato questo modus
operandi, al punto da guardare con sospetto, se non con aperta ostilità, chi ancora vi si oppone e rifiuta di
rassegnarsi a pratiche puramente formali. Pratiche che, nella scuola del marketing e della comunicazione
d’immagine, appaiono sempre più funzionali alla logica dell’apparire piuttosto che a quella, ben più
esigente e faticosa, della qualità dell’insegnamento e della riflessione pedagogica.
Nonostante le riforme delle procedure concorsuali di reclutamento introdotte nel corso degli ultimi lustri,
all’interno delle quali titoli e “titoletti” da bancarella acquisiscono un peso sempre più rilevante, il punto di
approdo di tali procedure – aggravato da un’autonomia malata che, come detto, comprime
progressivamente la funzione docente – appare sconfortante: un sistema scolastico che abdica al
fondamentale ruolo tecnico dell’insegnante, aprendo una voragine rispetto alla qualità, alla statura morale,
intellettuale e alla dignità dell’insegnamento del periodo preautonomistico.
Giuseppe Iaconis