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Didattica innovativa e STEM, il piano di formazione non basta: la ricerca si deve applicare in classe [INTERVISTA]

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Il tema della didattica innovativa e STEM sta a cuore al Ministro Bussetti, che è convinto di “cambiare impostazione della didattica, usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)”.

A tal proposito, il Piano di ricerca e formazione, previsto dal DM 851/2017, coinvolge più di 800 docenti di tutte le regioni del territorio italiano.

Gli Uffici Scolastici regionali hanno selezionato insegnanti di scuola secondaria di primo grado (classi di concorso A28 e A60) affinchè potessero partecipare a questo progetto.

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Il sistema di candidature e selezioni ha garantito la partecipazione di docenti
motivati, molti dei quali con esperienze pregresse in altri piani di ricerca e
formazione a livello regionale e nazionale.

Il progetto dell’anno scorso ha visto però non poche perplessità da parte dei partecipanti, che pur riconoscendo l’importanza e la bontà dell’iniziativa, hanno potuto constatare diversi punti critici, soprattutto dal punto di visto organizzativo e metodologico dei corsi.

A La Tecnica della Scuola uno dei corsisti, Andrea Maffia dell’I.C. 15 di Bologna, ci ha raccontato l’esperienza, evidenziando gli aspetti negativi della questione a nome di tutti gli altri colleghi.

Può spiegarci l’importanza di puntare sulle materie STEM per una didattica innovativa?

Ci troviamo in un momento storico in cui molte autorevoli voci sostengono l’importanza di aiutare i nostri studenti nello sviluppare competenze trasversali e flessibilità di pensiero. L’approccio STEM è un approccio integrato alle discipline tecnico-scientifiche che richiede di mettere in relazione il sapere e il saper fare, il progettare e il realizzare, i problemi teorici e pratici. Oggi stiamo formando futuri cittadini che svolgeranno professioni che forse ancora neanche esistono: appare fondamentale costruire in modo solido certe competenze e la didattica tradizionale non sempre risponde a questo tipo di esigenza.
Per questo è necessario portare avanti il processo di innovazione didattica che in Italia è stato sicuramente avviato dalle nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, ma che ancora richiede un lavoro dal punto di vista delle metodologie e degli ambienti didattici. Noi insegnanti siamo pronti a sperimentare e abbiamo voglia di essere opportunamente formati e seguiti nella ricerca-azione che quotidianamente svolgiamo in classe. Per questo abbiamo deciso di partecipare al “Piano di ricerca e formazione per una didattica innovativa in ambito scientifico-tecnologico nella scuola secondaria di primo grado”; purtroppo questo percorso ha destato in noi non poche perplessità.

Cos’è che vi ha lasciato perplessi del piano di ricerca e formazione?

Il primo dubbio riguarda l’organizzazione della formazione stessa, nelle sue modalità e tempistiche. I medesimi formatori hanno girato tutte le regioni italiane, cosicché alcune regioni hanno avuto gli incontri in presenza all’inizio dell’anno scolastico, altre regioni hanno invece avuto la formazione in presenza alla fine dell’anno. Non era possibile svolgere le formazioni nelle diverse regioni in contemporanea, avvalendosi di più formatori? Una risposta a questa domanda è stata parzialmente fornita: di fatto il dott. Allega, formatore in ogni regione, sembra essere uno dei primi autori del modello “Shell” e della “tavola sinottica” (strumenti intorno a cui ha ruotato tutta la formazione). Non sembrano essere presenti sul territorio nazionale altri esperti su tali modelli, né ricercatori che abbiano elaborato ulteriormente tale modello. Di fatto una delle particolarità di questo piano di ricerca e formazione è l’assenza di esperti nel settore della ricerca e la chiusura verso altre iniziative di innovazione didattica svolte in passato. Noi docenti coinvolti nel piano abbiamo seguito corsi universitari di “Didattica sperimentale” durante i TFA e le SSIS, alcuni di noi hanno dottorati di ricerca in Pedagogia e Didattica. Abbiamo tutti potuto notare come il metodo di ricerca proposto non sia definibile scientifico: non è stato possibile avere nessun tipo di riferimento bibliografico sui modelli teorici e sugli strumenti proposti durante il corso; le attività di gruppo online sono rimaste sempre chiuse. Ogni corsista era infatti in grado di vedere i propri lavori e quelli del proprio gruppo, non è stato invece possibile avere il tipico confronto tra i vari gruppi che una ricerca scientifica richiederebbe.


E’ stato testato in classe quanto avete appreso durante quest’anno di formazione?

Gli stessi formatori hanno girato tutte le regioni italiane, cosicché quelle regioni che hanno avuto gli incontri in presenza all’inizio dell’anno scolastico, hanno avuto il tempo di svolgere le successive attività durante l’anno scolastico; altre regioni hanno invece avuto la formazione in presenza alla fine dell’anno, ritrovandosi a svolgere l’attività online in periodo estivo, durante gli esami. I percorsi sono stati progettati usando gli strumenti proposti, ma visti i tempi forniti per la loro elaborazione, non sono stati testati in classe in moltissimi casi. Sicuramente gli insegnanti che li hanno progettati hanno tenuto conto di tutta la propria esperienza, ma come si fa a valutare la bontà di un percorso didattico senza conoscerne gli effetti in classe? Non dovrebbe essere proprio questo l’oggetto della ricerca? Ci si chiede come si possa, durante questo nuovo anno scolastico, pubblicare e sponsorizzare dei percorsi didattici la cui bontà dovrebbe essere garantita solo dallo strumento con cui sono stati progettati.

 

Cosa chiedete al Ministro affinché il piano di ricerca e formazione possa diventare utile e soprattutto produttivo dal punto di vista della didattica innovativa?

Noi docenti coinvolti chiediamo al Ministro Bussetti e a coloro che si occupano di questo piano di ricerca e formazione di rivederne le modalità. In particolare auspichiamo una maggiore attenzione ai metodi di ricerca (e quindi sulla conseguente formazione) e al modo in cui vengono comunicati ai docenti corsisti. Appare auspicabile un coinvolgimento dei tanti ricercatori in Didattica delle Scienze che operano nelle nostre Università in modo che il lavoro possa acquisire il rigore necessario a un progetto di portata nazionale. Allora, saremo ben felici di continuare a lavorare investendo le nostre energie fisiche e intellettuali per realizzare quell’innovazione didattica che tanto auspichiamo per le nostre discipline e nel grado scolastico in cui operiamo.