Il 13 gennaio si sono aperte le iscrizioni. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), con una campagna mediatica pervasiva, lancia la “Filiera tecnologico-professionale” (4+2), normata dal DM n. 240/2023. Dietro l’acronimo non si cela una riorganizzazione, ma un attacco alla scuola pubblica costituzionale. Si reintroduce la separazione tra chi è destinato a dirigere e chi ad eseguire, ripristinando confini di classe che la scuola media unica aveva superato. «L’istruzione deve essere formativa e disinteressata… Deve formare l’uomo, il cittadino, non l’impiegato o il tecnico specializzato per quella determinata macchina che domani sarà già vecchia.» (Antonio Gramsci). Il cuore del decreto è la riduzione degli Istituti Tecnici e Professionali da cinque a quattro anni. Il MIM promette le “stesse competenze” in meno tempo, sfidando la pedagogia. Il CSPI ha dato parere negativo evidenziando il rischio di “compressione dei saperi”. Tagliando un anno, non si elimineranno le ore di laboratorio (funzionali alle imprese), ma i saperi che il profitto ritiene inutili: storia, letteratura, diritto. Ovvero gli strumenti indispensabili per formare cittadini consapevoli, non sudditi.
Il tempo scuola non è una variabile comprimibile. John Dewey, padre della scuola democratica, insegnava che l’educazione è crescita continua, non subordinabile a fini economici immediati. Accorciare il percorso nega all’adolescente il tempo della maturazione critica, trasformando la scuola in addestramento. L’obiettivo è produrre un lavoratore abile nell’eseguire procedure, ma privo degli strumenti storico-critici per comprendere la propria condizione di sfruttamento. I cinque anni servono a garantire il successo formativo attraverso un tempo disteso, necessario alla sedimentazione dei saperi complessi. Con la riduzione a quattro anni si torna a “far parti uguali tra diseguali” (Don Milani). Chi avrebbe più bisogno di scuola e cultura ne avrà meno. Si spingono i ragazzi delle classi popolari verso il mercato prima che scoprano le proprie potenzialità. È una regressione classista che rompe l’unità del sistema nazionale.
Ancora più grave è il ruolo delle imprese, che diventano co-progettiste dell’offerta formativa. Si realizza la piena sussunzione della scuola all’azienda: il privato deciderà cosa e come insegnare. La competenza dell’”imparare ad imparare” cede il passo all’addestramento su macchinari specifici. Il risultato è la creazione di una”precarietà cognitiva”: lavoratori iperspecializzati in tecnologie che diverranno presto obsolete, e che si ritroveranno disarmati, privi di quella cultura generale necessaria per riqualificarsi o difendere i propri diritti.
Leggere la riforma 4+2 in combinato disposto con l’Autonomia Differenziata (DDL Calderoli) ne svela la portata devastante. Al Nord le scuole faranno accordi con grandi imprese creando “Campus” ricchi; al Sud, senza partner forti, rimarranno scheletri vuoti o diventeranno centri di reclutamento per l’emigrazione interna. Lo Stato abdica al ruolo di perequatore: il destino scolastico dipenderà dal CAP di residenza. L’adesione delle scuole del Sud non è un successo, ma il grido di dolore di istituti costretti ad accettare la riforma pur di intercettare fondi e sopravvivere.
Alle famiglie va detta una verità scomoda: l’idea che “uscire prima” significhi “trovare lavoro prima” è un’illusione. In un mercato precario, la differenza la fa la solidità della preparazione di base, le capacità logiche e relazionali. Competenze che richiedono tempo. Le famiglie devono scegliere: firmare una cambiale in bianco col “nuovo”, o regalare ai figli un anno in più per diventare cittadini consapevoli e non semplici ingranaggi.
Marco Bizzoni