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Diritto di sciopero per docenti e Ata, ma anche diritto allo studio per gli alunni

“In ogni caso, i dirigenti scolastici dovranno completare l’informazione all’utenza, formulando una attendibile valutazione prognostica circa la diminuzione del servizio evitando mere dichiarazioni di carattere generale” (Note ministeriali).

Queste sono le indicazioni del Ministero, mentre gli scioperi nella scuola sono sempre più frequenti, anche a causa del numero crescente dei sindacati che coinvolgono il personale scolastico. Il Ministero, con questa disposizione, sembra richiamare l’attenzione sulla necessità di farsi carico dell’enorme danno educativo sui bambini, causato non dagli scioperi in sé, ma dalle procedure burocratiche e corporative con cui vengono organizzati, come confermato dal report di Tuttoscuola “Scioperi con pochissimi scioperanti e… tante scuole ferme”.

Tutto questo accade in quanto i docenti rivendicano il diritto di non comunicare agli allievi se intendano scioperare oppure no, confondendo l’informazione al dirigente con l’informazione agli allievi. Se non si vuole preavvisare il dirigente per timore che possa esercitare pressioni per indurre qualcuno a non scioperare, non si comprende la ragione del non avvisare i propri allievi.

Molti affermano che non si debba avvisare nessuno per creare maggior disagio sociale, disagio che però ricade quasi esclusivamente sulle famiglie e soprattutto sugli allievi. Sono centinaia di migliaia gli scolari che perdono giornate di scuola mentre i loro docenti sono presenti nelle aule vuote a stipendio pieno. Ciò produce un effetto grave e controproducente: si perde l’efficacia dello sciopero, pagato dai colleghi con le trattenute, e si danneggia il prestigio sociale dell’intera categoria.

Il Ministero chiede di contenere questo fenomeno deleterio evitando, in prossimità degli scioperi, informazioni generiche alle famiglie. Ma se i docenti non informano i dirigenti, cosa si può realmente preventivare?

Al contrario, informando preventivamente gli allievi — sia da parte di chi sciopera sia da parte di chi non sciopera — si eviterebbero danni immotivati agli studenti e disagi alle famiglie, che spesso, incerte, tengono i figli a casa per precauzione, perdendo inutilmente giornate di lavoro.

Questa distorsione, accentuatasi negli ultimi anni, era stata denunciata più volte dalle famiglie e dalle loro associazioni, senza trovare ascolto da parte dei tenaci difensori del diritto di sciopero, diritto che nessuno mette in discussione. La protesta delle famiglie riguarda l’assenza di un’informazione puntuale e preventiva agli allievi.

C’è una grande differenza tra lasciare vuoto senza preavviso un ufficio o un’aula, tra abbandonare un computer o un bambino, tra informare il capo ufficio o gli allievi. In ogni ambiente di lavoro — ufficio, ospedale, altoforno — esistono procedure diverse. Solo nella scuola si continua a ignorare il danno ingiustificato sugli studenti, privati del diritto allo studio in modo surrettizio.

Recentemente, anche la cultura giuridica ha iniziato a farsi carico di questa distorsione. Il giurista Pietro Ichino ha ricordato che la legge sancisce già il diritto degli utenti a essere informati con almeno cinque giorni di anticipo sull’impatto dello sciopero sul servizio pubblico. Da ciò si può desumere l’obbligo per ciascun lavoratore di dichiarare l’adesione allo sciopero in tempo utile, affinché il diritto dell’utente sia rispettato.

Per superare queste situazioni, è necessario chiarire che i lavoratori hanno pieno diritto di scioperare, ma non avvisando gli allievi li inducono ad assentarsi ingiustamente da scuola qualora i loro docenti non scioperino.

Il disagio dei genitori non deriva da chi sciopera, ma da chi non avvisa per tempo, costringendo le famiglie a scegliere tra il non far perdere ore di scuola ai figli e il garantirne la sicurezza.

La puntuale comunicazione eviterebbe anche che i colleghi in servizio si ritrovino a gestire situazioni di emergenza con allievi di altre classi, presentatisi regolarmente a scuola con il diritto alla vigilanza. La scuola, infatti, è sempre tenuta ad assicurare l’apertura degli edifici e la sorveglianza dei minori, per non incorrere nel reato di interruzione di pubblico servizio.

Succede quindi che un docente in servizio possa trovarsi con 40 bambini, tra i propri e quelli dei colleghi che hanno scioperato senza avvisare. Ciò comporta responsabilità improprie, perché anche se il docente ha concluso il proprio orario, la normativa non lo obbliga a restare né lo autorizza ad abbandonare i bambini, per le conseguenze in termini di responsabilità.

Per contenere tali casi, alcuni dirigenti hanno definito, tramite regolamenti di istituto, procedure più chiare da seguire in caso di sciopero.

Invece di avvisi generici e allarmanti, raccomandano ai genitori — informati per tempo dai docenti — di attenersi alle indicazioni ricevute, e a coloro che non hanno ricevuto comunicazioni, di verificare di persona l’effettivo svolgimento delle attività: apertura del plesso, sospensione della mensa e del trasporto, riorganizzazione o riduzione dell’orario.

La scuola è un servizio pubblico, cioè pro populo, e le regole devono salvaguardare i diritti di tutti. Il diritto di scioperare è riservato al personale, non agli allievi. L’efficacia di uno sciopero non si misura dal numero di aule vuote, dagli assenti o dalle giornate di lavoro perse dalle famiglie, ma dal numero degli scioperanti, comunicato dal dirigente il giorno stesso al Ministero e diffuso dai media.

Solo un’osservanza corretta e rigorosa delle normative permette di costruire qualità nelle relazioni interne, con le famiglie e con la comunità. Ogni sciopero ha bisogno della partecipazione dei lavoratori, ma anche della solidarietà della società civile e della fiducia delle famiglie, che devono poter riconoscere dedizione e rispetto nei confronti dei loro figli.

Giuseppe Richiedei

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