Solitudine, ansia da prestazione, isolamento digitale. Sono i tratti di un malessere silenzioso che attraversa le aule italiane e che un gruppo di rappresentanti studenteschi di alcuni licei veneti ha deciso di portare alla luce con un appello pubblico, scritto dopo il suicidio di due coetanee.
I dati parlano chiaro. Un’indagine condotta dal Dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’Università di Padova, che ha coinvolto adolescenti, genitori e operatori sociali, restituisce un quadro preoccupante: il 63% del campione dichiara di sentirsi solo e incompreso, il 78% soffre di bassa autostima, il 60% riferisce difficoltà di concentrazione e il 57% fa un uso che gli stessi ragazzi definiscono patologico di social network e videogiochi. Il dato più allarmante riguarda la gestione emotiva: il 91% degli intervistati dichiara di non sapere come affrontare emozioni intense. La ricercatrice che ha coordinato lo studio ha dichiarato: “I dati dimostrano una discrepanza tra quanto percepito dai genitori e quanto riportato dai ragazzi, che segnalano livelli di disagio più elevati, soprattutto per dimensioni come ansia sociale e sintomi depressivi”. L’82% degli studenti indica la scuola come il luogo in cui questo disagio si manifesta con maggiore intensità, seguita dalla famiglia (71%) e dai contesti di socializzazione (60%). Solo il 25% cita l’ambito sportivo. Il 55% dichiara di avere bisogno di supporto psicologico.
A dare volto e parole a questi numeri sono gli stessi ragazzi. Durante un incontro con Walter Veltroni del Corriere con rappresentanti studenteschi di diversi istituti superiori, sono emersi racconti che descrivono un quotidiano segnato dalla pressione scolastica e dal peso del confronto digitale. “A scuola si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone”, ha detto uno degli studenti. Un altro ha aggiunto: “C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava”. Non mancano segnalazioni di comportamenti a rischio: “Vicino a me sono diffusi, molto più di quanto si veda, fenomeni di bulimia, anoressia, autolesionismo”, ha riferito una studentessa. Sul fronte digitale, diversi ragazzi riconoscono di trascorrere anche cinque o sei ore al giorno sul cellulare: “Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo”, ha ammesso uno di loro. Alcuni hanno persino cercato supporto emotivo nell’intelligenza artificiale: “Ho chiesto a ChatGpt consiglio su miei problemi personali, sembrava sapere tutto di me”, ha raccontato un ragazzo, aggiungendo: “L’intelligenza artificiale tende sempre a darti ragione, non ti giudica, ti rassicura. O almeno sembra così”.
Uno dei nodi più critici emersi dal confronto riguarda l’accessibilità al supporto psicologico all’interno delle scuole. “La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia della privacy”, ha denunciato uno studente. In altri casi la situazione è ancora più grave: “Nella mia scuola la psicologa non c’era. Si è offerta di farlo una professoressa, alla quale dei miei compagni hanno confessato i problemi che avevano con genitori e suoi colleghi. Solo che lei è andata a riferire tutto”, ha raccontato un’altra studentessa. La stima circolata tra i ragazzi è impietosa: “Quelli che frequentano lo psicologo sono l’uno per cento, quelli che ne avrebbero bisogno almeno l’ottanta”. Di fronte a questi dati, i rappresentanti studenteschi hanno avanzato proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga scuole, enti locali e istituzioni nazionali. “I ragazzi che stanno male sono rifiutati dal mondo perché non sono abbastanza e non sanno che possono chiedere aiuto. E questo amplifica la solitudine”, ha concluso uno di loro. Un appello che attende ancora una risposta.