Prima Ora | Notizie scuola dell'11 maggio 2026

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Disagio giovanile: un copione ormai vecchio e poco credibile

Gli episodi di disagio giovanile diventano un pretesto per l’attivazione di una macchina burocratica sterile. Dopo l’ultimo, drammatico episodio dell’accoltellamento di una docente, la risposta delle istituzioni non si è fatta attendere: non una riforma strutturale, non un investimento sui presidi psicologici, ma l’annuncio dell’ennesimo corso rivolto agli insegnanti sull’empatia.
È un copione che si ripete, stancante e offensivo. Ogni volta che il disagio giovanile esplode in violenza, la responsabilità viene sottilmente, ma inesorabilmente, traslata sulla figura del docente. Si evita con cura di analizzare le radici profonde della crisi adolescenziale, frutto della società odierna, per rifugiarsi in “strategie didattiche alternative” o corsi di aggiornamento nati sull’onda dell’emergenza.
Il paradosso della formazione: i più titolati, i meno tutelati
I docenti italiani rappresentano una delle categorie di funzionari pubblici con il più alto livello di specializzazione. Per arrivare dietro quella cattedra non basta una laurea: occorrono specializzazioni, il superamento di concorsi selettivi e, quasi sempre, un lunghissimo calvario di precariato che spesso supera, per durata, gli anni di servizio effettivo in ruolo.
Eppure, nonostante questo bagaglio culturale e professionale, il corpo docente viene trattato come un manipolo di neofiti a cui spiegare come “connettersi” con gli studenti. I corsi di aggiornamento sono uno strumento fondamentale e obbligatorio per la crescita professionale, ma non possono diventare una misura punitiva o una foglia di fico per coprire le lacune di uno Stato che non sa come gestire le devianze giovanili.
L’empatia non si insegna per decreto.
L’errore di fondo è concettuale: l’empatia non si insegna. Si può allenare, certo, si può affinare la capacità di ascolto, ma l’empatia vera nasce dalla capacità umana di immedesimarsi nell’altro. Ed è qui che risiede il paradosso più amaro.
Come può uno Stato pretendere che i docenti siano serbatoi inesauribili di empatia, quando quello stesso Stato non mostra la minima empatia verso la loro professione?
Insegnare oggi significa stare in trincea con stipendi tra i più bassi d’Europa, classi pollaio e una delegittimazione sociale costante, alimentata spesso dalle stesse famiglie degli studenti. Si chiede al docente di essere psicologo, assistente sociale e parafulmine sociale, salvo poi colpevolizzarlo se non riesce a prevedere o arginare un gesto folle. Se l’empatia deve essere la chiave, che si inizi a praticarla verso chi la scuola la tiene in piedi ogni giorno, nonostante tutto.

Gruppo “Lettera 22”

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