Home Attualità Disobbedienza come salvezza: quanti docenti oggi rischierebbero qualcosa per una causa giusta?

Disobbedienza come salvezza: quanti docenti oggi rischierebbero qualcosa per una causa giusta?

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Difficilissimo oggi trovare persone disposte a rischiare qualcosa per un ideale. Qualcosa: il proprio tempo, i propri soldi; non parliamo poi del proprio “buon nome”, della propria immagine, della propria “rispettabilità”. Questo — ahimè — vale oggi anche per la maggior parte degli insegnanti. Un Governo prende provvedimenti gravissimi per la categoria, per il suo salario, per la sua dignità, per la sua stessa sopravvivenza? Ebbene, persino in casi simili pochi scioperano, pochissimi vanno in piazza. Tantissimi, in compenso, scrivono parole di fuoco sui social network. Tutti mugugnano davanti alla macchinetta del caffè. Poco di più. Eppure scioperare è lecito e permesso, scendere in piazza anche. Non si va in galera, non si viene fucilati: si perde la paga della giornata, e al massimo ci si stanca molto.

Disobbedienza come salvezza

Tutti però sappiamo che non è stato sempre così. Ancora 30 anni fa gli insegnanti si informavano, si sindacalizzavano, lottavano per se stessi e per la Scuola. Molti, come abbiamo già visto, lo fecero in tempi in cui era proibito e rischiosissimo. Francesco Viviani per esempio: professore di Lettere Classiche di Verona, perseguitato durante il fascismo perché libero, e incapace di nascondere la propria libertà di pensiero, in quanto consapevole che non si può insegnare la storia degli antichi Greci e degli antichi Romani, né il loro pensiero, né la loro cultura, senza riferimenti alla politica. (giacché la politica, per loro, era inscindibile dalla vita stessa). E consapevole che, a volte, solo disubbidendo ci si può salvare.

Nel ‘36 lo perseguitarono ancora, trasferendolo d’ufficio (lui veronese) nel Liceo di Sciacca, in provincia di Agrigento. Riuscì comunque a conseguire una seconda laurea (in Giurisprudenza) a Ferrara, nel 1938, mostrando una fermezza e una volontà inflessibili. Amnistiato, dal 1939 insegnò ad Adria, e dal 1941 a Rovigo. Si unì al Partito d’Azione nel 1943, passando decisamente alla Resistenza. Poi guidò il Comitato di Liberazione Nazionale di Verona.

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L’arresto avvenne il 2 luglio 1944. Per due settimane venne barbaramente torturato dai repubblichini, che poi lo consegnarono alle SS. Su un carro bestiame, con centinaia di altri prigionieri, il 5 settembre 1944 fu internato a Flossenbürg. Morì a Buchenwald il 6 febbraio 1945. Aveva 53 anni. Una bella piazza nel centro storico di Verona è a lui intitolata.

Persone comuni che amavano la vita

Commuove il pensiero di queste persone comuni, mutate in eroi dalla propria voglia di vivere in un mondo migliore. Un pensiero che spinge a non essere indegni di loro.

Nella guerra di liberazione morirono anche molti che mai avrebbero voluto essere coinvolti. Giovanni Ballina era un innocente qualunque. Morì alle Fosse Ardeatine insieme a Pilo Albertelli. Caterina Martinelli cercava solo pane per i propri sei figli affamati, quella mattina del 2 maggio 1944, quando nella Capitale partecipò all’assalto al forno. La freddarono i fascisti.

Anche per loro, per gli innocenti, i partigiani combatterono. Non aveva senso cercare di salvarsi senza far qualcosa per la giustizia e per la libertà comuni.

Persone che scelsero di fare la cosa giusta

Molti sono riusciti a resistere fino alla vittoria, e a sopravvivere. Carla Capponi, per esempio. Romana di origini marchigiane, classe 1918, antifascista come la sua famiglia, studiò anche lei al Liceo “Visconti”, dove conobbe il futuro grande regista Carlo Lizzani (1922-2013).

Nell’estate 1943 Carla, rischiando la vita, permise ad alcuni comunisti di riunirsi in casa propria: tra di essi Gioacchino Gesmundo (1908-1944), Professore di Storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Statale “Cavour”, e Rosario Bentivegna (1922-2012), giovane studente di medicina. Il 9 settembre Carla prese parte attiva alla battaglia di Porta San Paolo, con atti di vero eroismo che la portarono a rischiare più volte la vita. L’indomani a Porta Capena salvò personalmente il carrista che guidava un blindato italiano sotto il fuoco di un enorme Panzer “Tiger”: trascinò il soldato per le ascelle fuori dal blindato, portandolo alla propria casa di fronte al Foro di Traiano. Da quel momento, nella Roma presa dai nazisti, Carla entrò nel Partito Comunista Italiano e nel Gruppo di Azione Patriottica “Carlo Pisacane”, guidato da Bentivegna. I compagni le negavano le armi perché donna: allora lei rubò la pistola a un militare sull’autobus.

Il 17 dicembre ebbe il suo primo scontro a fuoco. Da allora, Carla partecipò a molte azioni, con coraggio da leone, incredibile self-control e prontezza di spirito sorprendente. Descriverle tutte richiederebbe un articolo a parte. «Mirabile esempio di civili e militari virtù del tutto degna delle tradizioni di eroismo femminile del Risorgimento italiano», dice la motivazione della medaglia d’oro, conferitale fin dal 1945.

L’importanza di ricordare

Anche Carla Capponi, sopravvissuta al nazifascismo, ci ha ormai lasciati, il 24 novembre 2000. La sua generazione è quasi scomparsa. Restano le loro testimonianze registrate, i loro scritti, le parole di chi li ha conosciuti. Queste persone comuni, diventate eroi, sono nella Storia. Ricordarle è di vitale importanza, per la sopravvivenza stessa della democrazia, in un momento in cui i fascismi ritornano d’attualità e di (pericolosissima) moda. L’esempio di “Alba Dorata” in Grecia, di vari gruppi neofascisti in Italia, del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) dimostra che certi loschi figuri son sempre pronti ad approfittare dei momenti di crisi e di difficoltà per proporsi come alternativa e speranza per chi non nutre più speranza alcuna.

Resistere per esistere: i docenti ubbidiscano solo alla propria coscienza

La Scuola non deve dimenticarsi di loro, e non deve dimenticare la propria missione: quelle di far crescere giovani con la passione per la conoscenza. Occorre respingere, a questo scopo, le pretese di qualsiasi potere — politico o d’altro tipo — di dettare ai docenti l’agenda e il decalogo degli argomenti che è lecito trattare. Episodi gravissimi come quello di Rosa Maria Dell’Aria non devono mai più ripetersi. Tuttavia, per ottenere ciò, è assolutamente necessario che i docenti degni di questo nome si ricordino della propria dignità: la quale va difesa con l’impegno quotidiano e con l’esser disposti a pagare il prezzo della propria libertà. Perché la libertà ha un valore inestimabile, in quanto è il fondamento stesso del progresso umano. Se lo ricordi chi esita persino a rinunciare alla paga di un giorno di sciopero.