La proposta di legge di alcuni parlamentari della Lega volta a modificare l’espressione “docente di sostegno” in “docente per l’inclusione” ha avuto un merito e cioè quello di rilanciare un dibattito che sembrava interessare poco il mondo della scuola.
Abbiamo già riportato in altro articolo i pareri di tre noti esperti, Evelina Chiocca, Silvia Portigliatti e Dario Ianes.
Abbiamo raccolto anche il punto di vista di Jacopo Balocco, docente, componente Gruppo di lavoro interistituzionale regionale per l’inclusione dell’USR Lazio per UICI (Unione italiana ciechi e ipovedenti) e FAND (Federazione Associazioni nazionali delle persone con disabilità).
Balocco, che idea si sta facendo di questa proposta?
Mi pare che si continui a vedere il dito e si dimentica la storia ed il profilo professionale del docente ‘specializzato per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità’ il cui titolo, solo per ‘economia’, è stato abbreviato in docente di sostegno. E questo sarebbe già un motivo sufficiente per mettere in discussione il senso della proposta di legge.
E se non ci limitassimo a guardare il dito, cosa ne dovremmo dedurre?
Se vogliamo spostarci sulla Luna dobbiamo riflettere su tutti i nodi che la prassi ha fatto emergere. Per esempio sulla riduzione del valore dell’inclusione scolastica alla sola “copertura” delle ore di sostegno assegnate, prassi che vediamo ripetersi sulle richieste di “copertura” del personale di assistenza specialistica. Oppure sulla storica “delega” al docente di sostegno confermata con il recente decreto sulla “continuità”.
E’ da anni che si dibatte su questo tema…
Sì, la lista delle proposte di soluzione ideate negli anni è molto lunga, dalla istituzione della cattedra di sostegno alla creazione della cattedra mista passando per una figura di sistema.
Cambiare il nome potrebbe servire almeno a mettere l’accento sul tema dell’inclusione?
Non so davvero quanto potrebbe cambiare la “prassi” con un semplice cambio di nome. Fabrizio Acanfora nel saggio “In altre parole” parla di “convivenza delle differenze” per allontanarsi da questa pessima abitudine di confinare in categorie le persone e la scuola sembra essere un luogo perfetto per scommettere su questa proposta di visione.
Lei pensa che questa proposta abbia un futuro?
Io credo davvero che se vogliamo un futuro per la nostra scuola ci serva altro a partire dalla formazione, sicuramente non ci servono altri nomi