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21.10.2025

Don Lorenzo Milani, nominato Priore di Barbiana più di 70 anni fa: una lezione che supera la retorica dell’inclusione

Monica Piolanti

L’attuale dibattito sulla meritocrazia scolastica, le persistenti sfide della dispersione implicita e il divario territoriale nei risultati (come evidenziato da test nazionali e internazionali) ci obbligano a guardare oltre la semplice retorica dell’inclusione e a interrogarci sul fallimento etico e metodologico della scuola italiana. In un momento storico segnato da learning gaps amplificati dalla pandemia e dalla sfida di formare cittadini per l’era dell’Intelligenza Artificiale, l’urgenza di una rifondazione della didattica è palpabile.

In questo contesto di crisi e ripensamento, l’immagine di Don Lorenzo Milani, priore austero ma circondato dai suoi ragazzi di Barbiana, e la rilettura dell’intera “Lettera a un giovane comunista di San Donato” (1950)*, non sono pure celebrazioni commemorative, ma un richiamo impellente al dovere della scuola. A settant’anni di distanza (fu esattamente nel novembre del 1954 che don Lorenzo venne nominato Priore di Barbiana), il modello milaniano ci interroga sulla natura profonda della nostra didattica e sul rischio di annacquare l’inclusione in una retorica priva di rigore. Milani si rivolge a “Caro Pipetta” con una lucidità disarmante, toccando il cuore della sua missione. La celebre espressione: “Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, tua, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell’altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m’hai più chiesto”, rivela la dialettica tra l’impegno terreno e quello spirituale.

Il Priore di Barbiana riconosce che il vero riscatto non è solo materiale; per Don Lorenzo, la privazione più grave non è il pane che sfama, ma la “parola” che affranca. La sua rivoluzione pedagogica si fonda sul presupposto rigoroso che la padronanza linguistica è lo strumento essenziale per l’emancipazione e l’esercizio della cittadinanza democratica. Chi non possiede la parola (“La lingua che ci fa uguali”) non può difendere i propri diritti, né tantomeno esprimere pienamente la propria umanità.

Questa prospettiva ci impone di ridefinire l’inclusione. Il modello Barbiana non era una scuola “facile”, ma un luogo di rigore assoluto, dove la parola veniva analizzata, smontata e ricostruita quotidianamente fino all’ossessione per la chiarezza. L’inclusione, oggi, non può essere soltanto accettazione passiva delle difficoltà o riduzione dei contenuti; deve essere l’impegno radicale a fornire a tutti – e soprattutto a chi parte svantaggiato – gli strumenti culturali più elevati. Il monito etico raggiunge il suo culmine quando Milani ammette: “Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco”. La sua discesa in campo al fianco degli ultimi è dettata da una sconfitta storica (il riferimento al 18 aprile 1948).

L’atto educativo e sociale è per lui un dovere imposto dalle ingiustizie del mondo, e non il suo fine ultimo. Il paradosso finale è la chiave interpretativa della sua figura di maestro: “quel giorno io ti tradirò”. Quando il povero avrà vinto e ottenuto la “reggia del ricco” (l’uguaglianza materiale), il sacerdote Milani tornerà alla sua missione spirituale, gridando: “Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”. Questo “tradimento” è la nostra più grande lezione di pedagogia civica: l’azione del docente non è finalizzata alla vittoria di una fazione, ma al raggiungimento dell’autonomia completa dello studente, al punto che questi non abbia più bisogno del suo maestro. Il successo del docente si misura non con la dipendenza, ma con la libertà conquistata dall’allievo.

Questo approccio ci chiede di trasformare la tensione etica milaniana in metodologia operativa. La prima e ineludibile conseguenza è reintrodurre il rigore nella didattica della parola, usando il lavoro collettivo sulla scrittura e la lettura come strumento di democrazia. L’obiettivo non è la correttezza grammaticale formale, ma l’efficacia comunicativa e la chiarezza del pensiero, affinché lo studente sia capace di affrancarsi. In parallelo, è necessario che il docente abbracci pienamente la sua funzione politica dell’insegnante, riconoscendo che l’insegnamento è un atto di riequilibrio sociale. Il nostro dovere è esigere dagli studenti il massimo sforzo, non per un’astratta meritocrazia, ma per armarli di fronte alle disuguaglianze del mondo.

Questo ci obbliga anche a contrastare la selezione implicita: se, come diceva Milani, la scuola è l’ospedale che “cura i sani e respinge i malati,” dobbiamo ripensare i meccanismi di valutazione affinché non confondano la difficoltà iniziale, legata al contesto socio-economico, con la mancanza di potenziale, trasformando la scuola in un vero e proprio strumento di riscatto per i ragazzi più in difficoltà. In conclusione, la lezione di Don Milani è un monito contro l’autocompiacimento: l’inclusione non è un fatto normativo, ma un esercizio quotidiano di rigore, empatia radicale e altissima aspettativa culturale. Finché ci sarà un solo studente che non riesce a esprimersi pienamente, la scuola, come istituzione democratica, avrà fallito. In questa prospettiva di apertura alla comunità, si inserisce il fondamentale principio ribadito da Sergio Neri: “Non è più possibile un’integrazione che avvenga solo all’interno della scuola come una riserva indiana. “E non potremo dire, come Milani a Pipetta: “Che vuoi che me ne importasse a me, tua…”. Il loro destino è il nostro metro di giudizio.

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