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Donne europee: più brave a scuola e all’Università, ma guadagnano meno degli uomini

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Sono più brave a scuola, si inseriscono facilmente nello svolgimento dei lavori intellettualmente più impegnativi al termine di corsi universitari spesso superati a pieni voti, ma la loro busta paga continua ad essere troppo bassa. 
E’ il destino lavorativo delle donne europee, almeno secondo la Commissione che sul divario delle loro retribuzioni rispetto agli uomini ha svolto un’indagine i cui risultati sono stati presentanti pochi giorni fa a Bruxelles. Risultati che non hanno fatto altro che confermare situazioni già tristemente note.
“Le ragazze sono più brave dei ragazzi a scuola e il numero delle donne che accede al mercato del lavoro con un titolo universitario è superiore a quello degli uomini, ma lo scarto retributivo del 15% continua ad esistere”, ha commentato Vladimir Špidla, commissario per l’Occupazione e le pari opportunità dell’Ue. 
Per Spidla il fenomeno ha molteplici cause: “Talvolta si tratta di pura e semplice discriminazione. Spesso però le cause restano nascoste: molte donne svolgono attività non retribuite (si pensi ai lavori casalinghi e all’assistenza di persone a carico); molte lavorano a tempo parziale e, spesso, i settori ad alta femminilizzazione sono anche quelli peggio retribuiti. 
È veramente ora di cambiare. Il solo modo per uscirne è coinvolgere uomini e donne, Ong, parti sociali e governi e affrontare il problema a tutti i livelli.”
Secondo il rapporto, una delle ragioni principali del divario è il modo in cui vengono valutate le competenze delle donne: in alcuni Paesi, ad esempio, le bambinaie guadagnano meno dei meccanici, le cassiere dei supermercati meno dei magazzinieri e le infermiere meno dei poliziotti. Il divario tra le retribuzioni riflette inoltre disuguaglianze sul mercato del lavoro che colpiscono soprattutto le donne, come la difficoltà di conciliare attività lavorativa e vita privata.
Come noto, le donne ricorrono maggiormente a lavori part-time e interrompono più spesso la carriera, con riflessi negativi sullo sviluppo professionale. Sono sfavorite quando si tratta di ottenere posti direttivi e incontrano più ostacoli e maggiori resistenze nello sviluppo della carriera. La conseguenza è che questa perciò avrà più interruzioni, sarà più lenta e più corta e, quindi, meno remunerata di quella degli uomini.
Dallo studio emerge chiaramente che il divario delle remunerazioni aumenta con l’età, il livello d’istruzione e gli anni di servizio: le differenze salariali superano il 30% tra i 50 e i 59 anni, pur essendo del 7% nella fascia d’età fino a 30 anni; superano il 30% per chi è in possesso di un diploma universitario ma sono del 13% per chi possiede un diploma di scuola media inferiore; per chi abbia lavorato più di 30 anni al servizio della stessa impresa raggiungono il 32%, ma sono del 10% inferiori (22%) per chi abbia lavorato in una impresa per 1-5 anni.
La Commissione ha ritenuto di dare delle indicazioni ai paesi dell’Ue: prima di tutto occore applicare meglio l’attuale legislazione, ma anche inserire la lotta al divario tra le retribuzioni come parte integrante delle politiche a favore dell’occupazione degli Stati membri, sfruttando pienamente le potenzialità dei finanziamenti comunitari come il Fondo Sociale Europeo, e promuovere la parità salariale fra i datori di lavoro, soprattutto grazie a iniziative che stimolino la responsabilità sociale. Fondamentale, poi, il coinvolgimento delle parti sociali. Eliminare la disparità retributiva tra i sessi è una preoccupazione messa in evidenza anche dalla ‘Tabella di marcia per la parità tra donne e uomini 2006-2010’. Da un sondaggio di Eurobarometro del gennaio 2007, emerge che una grande maggioranza dei cittadini europei pensa siano necessarie più donne in posizioni direttive (77%) e come parlamentari (72%). Il 68% dei cittadini europei pensa che le responsabilità familiari ostacolino l’accesso delle donne a posizioni direttive e il 47% ritiene probabile che le donne beneficino di meno promozioni degli uomini, a parità di qualifiche. Insomma, sembra anche che tutti, non solo gli addetti ai lavori ma anche i comuni cittadini, siano consapevoli della situazione lavorativi nell’Unione. 
Quanto tempo passerà, però, prima che dagli intenti si passi ai fatti e soprattutto ad una reale parità lavorativa?