A Mario Rusconi, già dirigente scolastico e direttore del Dipartimento IA, Etica Sociale, Formazione e Lavoro del Consorzio Universitario Humanitas, abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda per aiutarci a comprendere meglio la figura di Edgar Morin e il suo ruolo nel dibattito politico e culturale degli ultimi decenni.
Professor Rusconi, la scomparsa di Edgar Morin ha suscitato grande emozione nel mondo culturale. Perché il suo pensiero è così importante oggi?
Perché Morin non è stato soltanto il filosofo della complessità. È stato uno dei pochi pensatori capaci di attraversare il Novecento e di parlare con straordinaria attualità al XXI secolo. Ha vissuto e interpretato le grandi trasformazioni della modernità, dalle guerre alla globalizzazione, dall’ecologia alla società planetaria. Oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il suo messaggio torna con una forza particolare: conoscere non significa semplificare il mondo, ma imparare a comprenderne le connessioni e le contraddizioni.
Perché il pensiero di Morin appare particolarmente attuale nell’era dell’intelligenza artificiale?
Perché l’intelligenza artificiale rappresenta oggi una delle forme più seducenti di semplificazione. Ci offre risposte immediate, sintesi efficaci, previsioni rapide, contenuti ben costruiti. Tutto sembra più veloce e accessibile. Ma Morin ci invita a porci una domanda fondamentale: cosa accade al pensiero quando la velocità sostituisce la comprensione? Il rischio è confondere l’efficienza con la conoscenza.
Morin ha sempre criticato il pensiero riduzionista. In che modo questa critica riguarda l’IA?
Morin ha combattuto l’idea che la realtà possa essere compresa semplicemente scomponendola in parti isolate. Per lui ogni fenomeno umano è contemporaneamente biologico, sociale, culturale, storico e psicologico. L’algoritmo, invece, funziona necessariamente attraverso processi di riduzione: seleziona dati, individua schemi, calcola probabilità. È uno strumento potentissimo, ma la vita umana non può essere esaurita da una correlazione statistica.
Quindi il limite dell’intelligenza artificiale è la mancanza di comprensione autentica?
Esattamente. Una macchina può riconoscere modelli, generare testi, simulare conversazioni. Ma non vive una storia, non sperimenta relazioni, non assume responsabilità morali. Può formulare una risposta, ma non abita la domanda. Può produrre parole, ma non porta il peso delle conseguenze che quelle parole possono generare.
Che cosa ci insegna allora Morin rispetto all’uso dell’IA?
Ci insegna che non basta chiedersi che cosa l’IA sia in grado di fare. Dobbiamo chiederci all’interno di quale idea di uomo e di società viene utilizzata. Non possiamo limitarci a misurarne l’efficienza. Dobbiamo valutarne gli effetti sulle decisioni, sui comportamenti, sulle relazioni e sulle responsabilità.
Lei sostiene che l’IA possa diventare una “tecnologia della riduzione”. Cosa significa?
Significa che, se utilizzata senza una cultura della complessità, può ridurre lo studente a una prestazione, il cittadino a un profilo, il lavoratore a un indicatore, il paziente a una probabilità di rischio. In altre parole, può trasformare la persona in un insieme di dati. Al contrario, se inserita in una visione umanistica e critica, può diventare uno strumento che amplia le capacità umane anziché sostituirle.
Questo tema riguarda direttamente anche il mondo della scuola.
Assolutamente sì. Parlare di intelligenza artificiale nell’educazione non significa soltanto insegnare a usare strumenti digitali o a scrivere prompt efficaci. Significa formare persone capaci di comprendere il contesto in cui queste tecnologie operano. Gli studenti devono imparare a interrogare le risposte generate dall’IA, a verificarle, contestualizzarle e discuterle criticamente.
Morin parlava di una “testa ben fatta”. Come tradurre oggi questa espressione?
Oggi potremmo dire che una testa ben fatta non è quella che ottiene rapidamente una risposta dall’intelligenza artificiale, ma quella che sa comprendere l’origine di quella risposta, i suoi limiti, i suoi presupposti e le sue possibili conseguenze. La vera alfabetizzazione all’IA non è soltanto tecnica: è culturale, etica, critica e democratica.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a oscillare tra entusiasmo e paura nei confronti dell’IA. Morin avrebbe condiviso questa contrapposizione?
No. Il pensiero complesso rifiuta le alternative rigide. Non si tratta di essere a favore o contro l’intelligenza artificiale. Si tratta di comprenderla. L’IA non entra in un mondo neutro: entra in scuole attraversate da disuguaglianze, in sistemi sanitari fragili, in democrazie esposte alla disinformazione, in mercati del lavoro segnati dalla precarietà. Ogni tecnologia modifica il sistema in cui viene introdotta e, allo stesso tempo, viene modificata da quel sistema.
Quali domande dovremmo porci allora di fronte allo sviluppo dell’IA?
Dovremmo chiederci quali abitudini cognitive produce, quale idea di sapere promuove, quale rapporto con l’altro favorisce, quale forma di potere concentra e quali responsabilità rischia di nascondere. Non basta sapere se una tecnologia funziona. Occorre capire che cosa trasforma.
Morin attribuiva grande valore all’incertezza. Un tema che sembra in contrasto con la logica degli algoritmi.
È vero. Molte tecnologie digitali si presentano come strumenti di certezza: suggeriscono, ordinano, classificano, valutano. Ma nessun algoritmo è neutrale. Ogni sistema incorpora scelte, priorità, modelli culturali e interessi economici. Morin ci ricorda che la conoscenza autentica richiede sempre consapevolezza dei limiti e apertura al dubbio.
In questo senso il pensiero della complessità ha anche una dimensione politica?
Senza dubbio. Morin ci invita a non separare la tecnica dalla democrazia. Un’intelligenza artificiale utilizzata senza consapevolezza può favorire opacità, dipendenza e deresponsabilizzazione. Ma un’IA governata da cittadini informati, istituzioni responsabili ed educatori preparati può contribuire alla costruzione di un nuovo umanesimo digitale.
Qual è, in definitiva, l’eredità più importante che Edgar Morin lascia al nostro tempo?
Ci ricorda che l’intelligenza autentica non consiste nell’accumulare o processare informazioni, ma nella capacità di collegare. Collegare saperi, esperienze, discipline, emozioni e responsabilità. Quando smettiamo di collegare, l’intelligenza si riduce a calcolo.
Qual è il rischio più grande nell’epoca dell’intelligenza artificiale?
Non che le macchine diventino umane, ma che gli esseri umani finiscano per pensarsi come macchine. Che si riducano a dati, prestazioni e procedure. Che perdano il valore della domanda, della relazione, dell’errore e della riflessione critica. Morin ci insegna a resistere a questa riduzione.
Se dovesse sintetizzare in una frase il messaggio che Morin lascia alla società contemporanea, quale sceglierebbe?
Direi questa: nel tempo delle macchine che parlano, scrivono e prevedono, non dobbiamo smettere di collegare. Perché il mondo non si comprende semplificandolo, ma imparando a tenerne insieme la complessità.