Presentato all’Università di Modena e Reggio Emilia il Rapporto di genere AlmaLaurea 2026, dedicato alle differenze tra laureate e laureati nei percorsi di studio e negli sbocchi occupazionali. Le donne sono ormai la maggioranza tra i laureati italiani, quasi il 60%, ma la loro presenza si riduce nei livelli più alti di formazione: tra i dottori di ricerca la quota femminile scende al 49,7%. Il quadro che emerge è chiaro: migliori performance accademiche non si traducono automaticamente in pari opportunità nel lavoro.
Le laureate ottengono risultati migliori: il 60,9% conclude gli studi nei tempi previsti contro il 55,4% degli uomini e il voto medio è più alto (104,5 contro 102,6 su 110). Anche il voto di diploma premia le studentesse (85,2 contro 82,6). Provengono meno spesso da famiglie con genitori laureati (29,7% contro 36%) e contribuiscono maggiormente alla mobilità educativa ascendente. Durante l’università partecipano più frequentemente a tirocini curriculari (64,7% contro 55,3%) e a esperienze di studio all’estero. Tuttavia proseguono meno degli uomini nei percorsi post-laurea.
Resta forte la segregazione nelle scelte disciplinari. Nei corsi magistrali a ciclo unico in Educazione e Formazione le donne superano il 95%, segno di una polarizzazione che riflette modelli culturali radicati. Nelle discipline STEM la presenza femminile è ferma al 41,1% tra i laureati e scende al 36,7% nei dottorati. Il divario non appare legato a capacità individuali, ma a condizionamenti sociali e familiari che influenzano precocemente le scelte formative, incidendo poi sulla distribuzione dei ruoli professionali e sulle opportunità di carriera.
A un anno dalla laurea il tasso di occupazione favorisce gli uomini; a cinque anni il divario si riduce ma non scompare. Le donne sono più presenti nei contratti a termine, meno in quelli a tempo indeterminato e nell’attività autonoma. Il nodo principale resta la retribuzione: a cinque anni dal titolo gli uomini guadagnano in media circa il 15% in più. Nel secondo livello le donne percepiscono 1.722 euro mensili contro 2.012 degli uomini; il gap persiste anche all’estero. La presenza di figli amplia ulteriormente le distanze, confermando che le disuguaglianze si costruiscono nel tempo e richiedono interventi strutturali tra università, politiche pubbliche e sistema produttivo.