Negli ultimi anni sono arrivati nella scuola una pioggia di investimenti: quanti sono? come sono stati utilizzati? Con il PNRR sono arrivati 17,5 miliardi: 12,5 per infrastrutture e 5 miliardi per le competenze. La realizzazione delle infrastrutture è affidata per 10 miliardi agli enti locali: 4,2 miliardi per la sicurezza e la riqualificazione delle scuole, 3,7 miliardi per 150.480 nuovi posti in nidi e scuole d’infanzia, 800 milioni per 166 nuove scuole, 300 milioni per palestre, 960 milioni per mense. Sempre per infrastrutture sono arrivati alle istituzioni scolastiche 2,1 miliardi per la realizzazione di 100.000 “ambienti di apprendimento innovativi”: scuole 4.0. Dal canale del PNRR dedicato alle competenze sono arrivati 4,9 miliardi con quattro linee di finanziamento: didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico (800 milioni), corsi per competenze STEM, multilinguismo e parità di genere degli studenti (1,1 miliardi) riduzione dei divari territoriali (1,5 miliardi) e sviluppo di ITS Academy (1,5 miliardi). Infine 3,8 miliardi sono fondi europei aggiuntivi al PNRR e finanziano il Programma Nazionale Scuola e Competenze 21-27: sono 2,8 miliardi dal Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) e circa 960 milioni dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e dal 2024 in poi sono serviti a realizzare piani estate, orientamento, potenziamento italiano per stranieri, laboratori per i licei scientifici ad indirizzo sportivo, laboratori professionalizzanti, agenda Nord, agenda Sud ed altri piani ancora da calendarizzare.
Una vera valanga di fondi: a cosa sono serviti? Nonostante siamo a pochi mesi dalla scadenza del PNRR, non è facile capire quanto resta da realizzare: la Fondazione Agnelli mette in evidenza che siamo ancora molto lontani dall’obiettivo finale in molte linee di investimento (vedi Il PNRR per l’istruzione: a che punto siamo?) mentre il MEF preferisce sottolineare che tutto il PNRR scuola e ricerca è realizzato al 70% (Documento programmatico di finanza pubblica 2025). Punti di vista. È indubbio però che tutta l’ultima revisione del piano fa pensare ad aggiustamenti finali in modo da rendere accettabili come “obiettivo raggiunto” anche opere che poco hanno a che fare con l’obiettivo generale: che senso ha che tra i 150.000 nuovi posti in nidi e scuole dell’infanzia possano essere inclusi 35 mila posti derivanti da “demolizioni e ricostruzioni di posti già esistenti”? Alla stessa logica sembra rispondere il fatto che nel Piano di estensione di tempo pieno e mense sia scomparsa la dizione “per facilitare l’incremento del tempo scuola e l’apertura delle scuole al territorio oltre l’orario scolastico” e che sia stata cancellata la metratura minima che devono avere le 166 scuole del Piano di sostituzione degli edifici scolastici.
Se analizziamo l’altra parte dei fondi, quelli finiti direttamente alle scuole, tirando le somme vediamo che tra il 2022 e il 2027 sono quasi 11 miliardi di euro. Si sarebbe potuto intervenire sui mali storici della scuola, con interventi strutturali: stabilizzare il personale precario, diminuire il numero di alunni per classe, aumentare gli organici per recuperare dispersione scolastica e svantaggio, dotare tutte le scuole di tecnici di laboratorio per le attrezzature informatiche e di docenti di italiano L2. Sarebbe stato un cambio di passo e si sarebbe potuto fare. Non c’è alcun indirizzo o vincolo europeo che impedisca di agire in questo modo. Anzi, la stabilizzazione dei precari avrebbe accolto una precisa direttiva europea. È stata una scelta politica: spendere molto e subito, senza incidere sui problemi di fondo, così serviranno a dividere la prossima torta di fondi europei.
Si è scelto di finanziare migliaia di progetti temporanei, solo in alcuni campi, talvolta in contraddizione tra loro: vincoli rigidissimi impediscono che i diversi piani possano tradursi in una progettazione di ampio respiro. Si fanno mense, palestre e laboratori ma senza il personale necessario. Una delle sei riforme del PNRR riduce le scuole a danno dei territori più decentrati e disagiati. C’è una sproporzione enorme tra la quota spesa per arredi e strumenti didattici (intesi solo come dispositivi digitali) e quella spesa per la didattica individualizzata (solo sotto forma di interventi temporanei scollegati dalla programmazione di classe). I fondi per la formazione (vincolati solo alla transizione digitale, alle materie STEM, alla computer science e alle competenze multilinguistiche) sono finiti ad agenzie formative private che hanno affidato i corsi a personale senza alcuna formazione didattica. Al di là della retorica sul superamento dei divari, la riduzione della dispersione scolastica o sulla parità di genere, la reale priorità dell’intero piano è quella di un gigantesco giro di affari per il privato con il fine di sviluppare ancora di più la scuola ibrida pubblico-privato. E un’occasione mancata per la scuola pubblica.
Silvana Vacirca Esecutivo nazionale COBAS Scuola
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