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30.10.2025

Donne vittime di violenza, i minuti di silenzio non servono: urliamo per chiedere programmi, dialogo, docenti formati e protocolli per chi subisce

Marco Giuliani

Il coraggio di educare: l’unica rivoluzione che può salvarci”: ha riscosso consensi l’articolo pubblicato qualche giorno fa su La Voce nella Scuola. Quel contributo è sembrato un simbolo di reazione collettiva. Non solo parole, ma un invito a trasformare la rabbia e il dolore per le vittime di violenza in consapevolezza e impegno educativo.

Il messaggio che si può trarre dell’articolo sottolinea la necessità di superare la ritualità del “minuto di silenzio” e di aprire spazi di confronto nelle scuole. “Bisogna educare a rispettare i corpi, i sentimenti e le menti altrui, a capire i propri limiti e quelli degli altri”, si legge nel testo. Un concetto che richiama il ruolo centrale dell’educazione come strumento di prevenzione, soprattutto in un contesto sociale dove la violenza di genere resta una piaga strutturale.

Il concetto ha delle base consolidate: secondo dati ufficiali dell’ISTAT, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale, ovvero quasi 6,8 milioni di donne in Italia. Di queste, una quota consistente ha subito forme gravi come stupro o tentato stupro. Questi dati mostrano che il problema è strutturale e diffuso, non episodico.

I dati ISTAT dicono anche che più di una donna su tre vittima della violenza da parte del partner riporta ferite o lesioni: il danno non è solo psicologico, è spesso anche fisico. E se alcuni indicatori di denuncia sono diminuiti in certi anni, questo non significa che la violenza sia scomparsa: spesso resta sommersa o normalizzata per nascondere un qualcosa di evidente.

L’educazione sessuale, o meglio “sessuo-affettiva”, non è di per sé “insegnare il sesso”, ma una forma di “educazione a prevenire”: a rispettare i corpi, i sentimenti, a comprendere il consenso. È fondamentale provare a piantare quei semi, che come sostiene ancora La Voce della Scuola, può cambiare il domani.

Eppure, in questi giorni la politica sta discutendo misure che restringono fortemente l’intervento delle scuole su questi temi. Il Parlamento ha approvato, in Commissione, emendamenti che impediscono la partecipazione di figure esterne alle attività su temi sessuali fino alla scuola media, e prevedono che nelle superiori si proceda solo con il consenso dei genitori. Questo ha generato proteste da più parti e un acceso dibattito pubblico: molti esperti, insegnanti e associazioni denunciano che così si indebolisce la prevenzione e si lascia spazio all’ignoranza.

Studi certificati dell’Unesco e il Global Education Monitoring Report evidenziano come l’educazione affettiva e sessuale, quando è correttamente progettata e organizzata, riduca comportamenti a rischio e violenze. Una cosa è certa, l’Italia resta tra i Paesi europei dove questa materia non è ancora obbligatoria in tutte le scuole. Mentre all’estero sono noti programmi curriculari che includono il tema del consenso, la sicurezza nelle relazioni e la prevenzione della violenza.

Quindi davvero vogliamo fare “ore di rumore” efficaci, e non solo chiacchiere, bisogna mettere in pratica alcune linee concrete che potrebbero essere adottate nelle scuole:

inserire moduli obbligatori di educazione sessuo-affettiva nei programmi curriculari delle superiori e, con approcci adeguati, anche nella secondaria di primo grado, le medie, con linguaggi e materiali calibrati per l’età; creare un sistema di formazione obbligatoria per i docenti sulla gestione dei temi affettivi e delle segnalazioni di violenza; stabilire protocolli chiari per l’accoglienza delle vittime e per il coinvolgimento di servizi sociali e centri antiviolenza; dare la massima possibilità di fare progetti di peer education, ovvero studenti formati che parlano con altri studenti, perché la parola tra pari spesso sblocca muri che gli adulti non sanno raggiungere; creare campagne di informazione pubblica che sfidino stereotipi di genere e la cultura del “blaming” della vittima.

Ecco perché concordiamo in pieno quando La Voce della Scuola sostiene che “bisogna educare a rispettare i corpi, i sentimenti e le menti altrui, a capire i propri limiti e quelli degli altri”: parole saggie che meritano di essere collocate come programma politico e pedagogico, perché dal rispetto bisogna ripartire.

E quindi: “Urliamo per chiedere programmi, spazi di dialogo, formazione per insegnanti e protocolli chiari per chi subisce violenza. Non basta la commozione di un minuto: vogliamo ore di lavoro, anni di impegno e una scuola capace di trasformare quell’urlo in prevenzione reale”.

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