Si parla ancora di dress code a scuola: fioccano in questi giorni le circolari di scuole che stanno cercando di regolamentare l’abbigliamento degli studenti a scuola. In un liceo di Catania la dirigente scolastica ne ha diffuso una che ricorda le regole anche al personale.
“Si rappresenta al personale della scuola, alle studentesse, agli studenti e ai genitori che la scuola è un luogo istituzionale e pertanto tutti coloro che vi accedono sono tenuti ad usare un abbigliamento sobrio, decoroso, pulito e ordinato, consono all’ambiente educativo”, così esordisce la dirigente scolastica.
“A tal fine senza voler limitare, in alcun modo, la libertà individuale, si raccomanda di non indossare abiti succinti più adatti ad uno stabilimento balneare che ad una Istituzione scolastica (a solo titolo esemplificativo: bermuda, pantaloncini corti, canottiere, pantaloni evidentemente strappati, magliette corte, abiti scollati o eccessivamente sbracciati, abiti attillati o trasparenti, ciabatte, infradito ecc.). Questa Dirigenza, per quanto di competenza, e il personale docente provvederanno ad attivare provvedimenti adeguati finalizzati all’osservanza delle suddette norme comportamentali”, così si conclude il documento.
Come riporta La Repubblica, un istituto siciliano ha addirittura fornito alle famiglie un depliant con tanto di disegni con gli indumenti ammessi e quelli vietati. Leggins, jeans strappati, tacchi vertiginosi, ciabatte e infradito, trasparenze unisex e ombelichi di fuori finiscono automaticamente nel capitolo dei “non ammessi all’entrata”.
In provincia di Lecce, come in molte altre scuole, le regole non valgono solo per gli studenti ma anche “docenti, personale di segreteria, collaboratori scolastici, personale a vario titolo operante all’interno dell’istituto”. In un istituto di Salerno, visto che “la scuola non è mica un villaggio turistico” vanno bene pure i pantaloncini purché siano “sobri”, cioè bianchi o blu. Macché, in una scuola di Pisa “è vietato indossare all’interno dei locali ogni tipo di pantaloncino e top di qualsiasi lunghezza e misura”.
A Firenze, la dirigente scolastica concede una deroga a fine anno: “Considerate le temperature dell’ultimo periodo di scuola, sono accolti capi di vestiario come pantaloni corti fino al ginocchio”. In un altro istituto sono vietati gli occhiali da sole.
Altrove sono al bando pure “collane, orologi, orecchini, braccialetti voluminosi, spille, fermagli rigidi”. In un’altra scuola siciliana gli studenti sono pregati di “non mostrare eventuali piercing all’ombelico e a non tenere unghie esageratamente lunghe”.
In una scuola di Varese nelle attività di laboratorio “non sono ammesse le unghie a stiletto di lunghezza superiore a 0,5 centimetri nella parte eccedente il dito”. Via anche abiti “che contengono messaggi offensivi o discriminatori”.
Ma chi controlla? In un istituto di Civitavecchia deve pensarci “tutto il personale della scuola”, invitato “ad un’attenta sorveglianza e a comunicare tempestivamente l’eventuale infrazione”. E i trasgressori? “Dopo essere stati invitati a provvedere ad un abbigliamento consono, saranno soggetti a sanzione disciplinare”. Al Teodosio Rossi di Priverno significa «una nota sul registro» per chi porta «pantaloni a vita bassa o abiti succinti, magliette corte che lascino scoperta la pancia».
In un liceo di Siracusa è previsto anche “l’allontanamento o la non ammissione a scuola” di chi si presenta svestito: “Si spera sia evidente e inequivocabile – scrive la preside – che il problema non sono i centimetri di pelle scoperta; si tratta piuttosto di rendere consapevoli tutti che ogni luogo e contesto richiedono ed esigono delle specificità estetiche e di immagine, cui non si dovrebbe mai derogare”.