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Ecco i vantaggi di quando fin da piccoli si imparava la “bella scrittura” (in corsivo)

Di fronte a ceti compiti indecifrabili, dalla scrittura contorta e aggrovigliata, in cui risulta assai difficile capire la parola (occorre geniale intuizione e acuta capacità interpretativa) e spesso le singole lettere appaiono molto “personalizzate” (o soltanto abbozzate), non si può far altro che rimpiangere i tempi in cui veniva insegnata a scuola la “calligrafia” (l’arte della bella scrittura in corsivo).

Insegnata nelle scuole italiane (soprattutto nella scuola primaria) dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Settanta, questa disciplina non consentiva solo di scrivere (e farsi capire correttamente) in maniera chiara e nitida, ma permetteva anche di: 1) darsi una disciplina e rispettare una regola; 2) sviluppare le capacità cerebrali nella fase dell’infanzia e dell’adolescenza; 3) saper tradurre il pensiero in parole in maniera fluida, scorrevole, limpida, senza spezzarlo o frammentarlo in caratteri “stampatello”; 4) dimostrare lucidità e nitidezza concettuale.

Il “bel” gesto della mano, poi, per esporre sulla carta, con appropriata penna, le proprie idee non solo creava, in alcuni casi, delle piccole e vere opere d’arte (la forma del “disegno” non è secondaria al suo suono e al suo senso), ma “dipingeva” un fedele ritratto della personalità dello scrivente e del suo cambiamento nel tempo (anche del suo stato d’animo nel momento in cui veniva “vergato” un testo).

Si potrebbe anche affermare che insegnare a “scrivere bene” (seguendo un manuale di bella scrittura) poteva trasmettere quei valori di ordine, precisione, chiarezza, rispetto, capacità organizzativa, visione strutturale, controllo della complessità, attenzione e osservanza delle regole utili per una fruttuosa vita di classe e poi, in seguito, anche per una sana convivenza civile. Insomma, educare a “ben scrivere” (la disciplina della calligrafia) rientrava, in certo qual modo, nell’insegnamento dell’educazione civica.

Sarebbe bello, dunque, se si reintroducesse nella scuola (in particolar modo nelle elementari) la disciplina della calligrafia (oggi si insegna a scrivere, più o meno, non a “ben scrivere”), senza perdere la sapienza antica della mano che, con armonioso movimento, traccia un segno sul foglio, ma sappiamo quanto questo desiderio sia alquanto utopico.

Nei Paesi occidentali (diversa è la situazione nei Paesi arabi e in quelli asiatici), infatti, la scrittura a mano in corsivo (anche nei primi gradi della scuola) perde vistosamente terreno a vantaggio della digitalizzazione, che rischia di adombrare, ridurre, forse cancellare la bellezza e l’unicità della calligrafia a favore di una scrittura uniforme, standardizzata, anonima, priva di individualità (digitalizzazione e intelligenza artificiale sono stati “imposti”, in modo dissennato, a tutti dal PNRR), una scrittura inespressiva, omologata, quasi “orfana” di pensiero.

Allora il ritorno alla calligrafia è dunque un sogno destinato a rimanere tale (per lo meno in Occidente)? Sembra di sì, anche se, forse, inaspettatamente, qualcosa sta cambiando.

In Francia come in Inghilterra la calligrafia (bella scrittura in corsivo, non l’uso dello stampatello) ha conosciuto un minimo di rivalutazione. La Danimarca, poi, dopo una forzata didattica digitalizzata, ha cominciato, resasi conto dei danni psichici e fisici che può creare per i giovani un eccessivo uso del computer, a fare qualche passo indietro, ripristinando e reintroducendo nelle prime classi carta, penna e calamaio. Sulla stessa via si sta muovendo, pare, l’Australia.

Anche in Italia si sta compiendo qualche passo in questo senso. Proposte o disegni di legge sono stati presentati per reintrodurre la calligrafia come disciplina obbligatoria, riconoscendone gli indubbi benefici, come lo sviluppo cognitivo, la coordinazione occhio-mano e la memoria, oltre alla funzione non marginale di non creare studenti schermo-dipendenti (la tecnologia e l’informatica sono ormai essenziali, ma vanno maneggiate con cura).

In realtà siamo perplessi e scettici riguardo al buon esito di queste lodevoli iniziative legislative, ma non possiamo che sperare in un minimo di buon senso affinché la scrittura a mano in corsivo (la bella e “artistica” scrittura italiana), espressione della cultura, del corpo e del pensiero, oggi in chiaro declino, ritrovi nuova vita o, comunque, venga per lo meno riconosciuta e salvaguardata, per il suo indubbio valore culturale e pedagogico, dall’UNESCO come “patrimonio culturale immateriale”, in linea con quanto accaduto per altre scritture: araba, armena, iraniana, turca, cinese e georgiana. In questo senso vi è un intenso impegno da parte di associazioni culturali private.

Auguriamo che qualche successo (anche minimo) si ottenga perché il passato non si estingua e la tradizione possa costituire sempre un punto di riferimento imprescindibile, anche in “tempi moderni”.

Lo so, avrei dovuto scrivere una breve lettera in corsivo in “bella grafia”. Forse esisteranno “applicazioni” specializzate in questo, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Scusatemi.

Andrea Ceriani

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