Nei giorni scorsi il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha diffuso un testo ufficiale – pubblicato sul sito del MIM – in cui presenta le nuove Linee guida sull’educazione civica e prende posizione sul tema dell’educazione sessuale e affettiva a scuola. Il documento rivendica alcuni risultati:
Si tratta senza dubbio di un segnale politico importante, che riconosce il bisogno crescente di un’educazione alla relazione, all’empatia e al rispetto. Tuttavia, il testo del Ministro contiene alcune criticità che non possono passare sotto silenzio.
Un’omissione grave: l’assenza dei pedagogisti
Nell’elenco dei “professionisti seri” cui affidare i percorsi educativi, Valditara cita psicologi, medici e docenti universitari. Colpisce l’assenza, in questo quadro, della figura del Pedagogista e dell’Educatore Professionale Socio-Pedagogico. Questa omissione è contraddittoria. A scuola non si tratta soltanto di trasmettere nozioni biologiche o di offrire un supporto clinico, ma di educare bambine, bambini e adolescenti a comprendere le emozioni, a vivere relazioni rispettose, a maturare una consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Si tratta di compiti eminentemente pedagogici. Ignorare le competenze pedagogiche significa ridurre l’educazione sessuale e affettiva a un approccio tecnico-sanitario, privandola della sua funzione formativa, preventiva e culturale. In un momento in cui la scuola è chiamata a contrastare stereotipi, discriminazioni e violenza di genere, la voce pedagogica deve essere la prima a essere riconosciuta.
Educazione sessuale: non solo biologia
Il Ministro ribadisce che nelle nuove Indicazioni Nazionali l’educazione sessuale resterà prevista all’interno delle scienze: differenze biologiche, pubertà, concepimento, malattie sessualmente trasmesse. Questa impostazione è riduttiva. La ricerca internazionale – dalle linee guida dell’OMS alle raccomandazioni UNESCO – parla da decenni di educazione sessuale integrale, che non si limita a dati biologici ma affronta anche consenso, identità, emozioni, diversità, rispetto reciproco. Senza questa dimensione relazionale, l’educazione rischia di lasciare i ragazzi soli davanti a interrogativi complessi, spesso esposti all’influenza dei social media e a modelli distorti.
Violenza di genere e prevenzione
Valditara afferma che i femminicidi non si combattono con l’educazione sessuale, citando i dati dei Paesi del Nord Europa. È un’affermazione fuorviante: la violenza di genere ha radici culturali profonde e proprio per questo la scuola è chiamata a svolgere un ruolo preventivo. Educare al rispetto, all’empatia e alla parità di genere significa intervenire sulle cause culturali della violenza, non sui soli comportamenti.
Il ruolo della comunità educante
Infine, il documento ministeriale delegittima le associazioni esterne, accusandole di “propaganda ideologica”. Il rischio è quello di cancellare esperienze educative qualificate e radicate nei territori. Piuttosto che escludere, serve un sistema di accreditamento serio, che valorizzi le competenze reali e la collaborazione tra scuola, famiglie, professionisti e terzo settore.
Conclusione
Le parole del Ministro riconoscono per la prima volta l’importanza di educare al rispetto e alle relazioni, ma la prospettiva rimane incompleta e rischiosa. Non si può ridurre l’educazione sessuale alla biologia, né escludere i pedagogisti, che sono le figure professionali più qualificate per condurre percorsi educativi su affettività, sessualità e relazioni. Se la scuola vuole davvero formare cittadini e cittadine liberi, consapevoli e rispettosi, deve valorizzare la dimensione pedagogica come fondamento imprescindibile.
Caterina Stronati