Mi riferisco al recente intervento a firma di Alessandro Prisciandaro pubblicato in questa rubrica
Gentile professore Prisciandaro, condivido pienamente quanto lei afferma e sarebbe più che giusto arrivare alle sue conclusioni, le quali, però, purtroppo, me lo consenta, prescindono da quanto accade nella scuola da almeno dieci anni a questa parte. Il rapporto di fiducia tra la scuola e i genitori, indispensabile in genere nell’Educazione, come lei giustamente rimarca, specie nella nostra scuola dell’Autonomia (in essere dal 1997) a partire da poco più dieci anni a questa parte è andato purtroppo, però, progressivamente incrinandosi, tanto che il consenso informato già sette anni fa è uscito dalla pratica medica per entrare nella scuola.
Dovrebbe infatti sapere che dal 2018 con la nota Ministeriale n. 19534 è già presente ed è stato anche spesso operante nella nostra scuola. Forse lei non ricorda, anche perché i media non li propagandarono, le grandi manifestazioni del 2015 e del 2016 rispettivamente a piazza San Giovanni e al Circo Massimo dei cosiddetti “Family Day”, che videro centinaia di migliaia di genitori con rispettive famiglie scendere in campo per difendere non solo la famiglia naturale, ma soprattutto la libertà educativa, entrambe minacciate dall’improvviso quanto determinato incedere di una certa propaganda che ideologicamente cercava di introdurre nelle scuole una visione del sesso come libera scelta da parte di ogni singolo individuo a prescindere dalla sua naturale determinazione biologica.
Come vede mi guardo bene dal dire “ideologia gender” perché essa per chi propaganda questa visione del sesso, appena accennata, non esiste, anche se in vari documenti ministeriali del 2018 essa è definita tale. Fu sull’onda di questa protesta, la quale continuò in forme più specifiche, che il governo di allora pensò bene di introdurre nelle scuole con la suddetta nota e altri correlati documenti il consenso informato. Ora lei vorrebbe toglierlo? Sarebbe bello che questi oltre dieci anni e quanto in essi accaduto non ci fossero mai stati, ma purtroppo non è così. Lei dice “condividere non è consentire”.
Giustissima frase, anch’essa da me pienamente condivisa. Ma essa purtroppo, lo ripeto anche in questo caso, prescinde da tutto ciò che ho voluto ricordare a lei e a quanti, magari in buona fede, scoprono oggi, come si suol dire, l’acqua calda. E non si pensi che tali tentativi restino un fenomeno isolato. Gli archivi di associazioni che si battono contro questi abusi sono pieni di tantissimi progetti segnalati e che spesso hanno poco a che vedere con l’ambito strettamente sessuale: discriminazione e violenza di genere, bullismo e cyberbullismo, educazione alla salute, educazione all’affettività e al rispetto e persino orientamento.
Senza contare il fenomeno tutto italiano, certamente influenzato anche da questo clima, delle cosiddette Carriere alias (presenti in circa 500 scuole).
Questo governo sta solo cercando di rendere questo consenso informato normativamente più rilevante. Torniamo quindi alla condivisione di cui lei parla. Tale condivisione è sancita da tanti testi normativi, ma purtroppo è di fatto disattesa nella realtà. Perché il PTOF che dovrebbe essere frutto di questa condivisione in realtà viene di fatto spiattellato bell’e fatto alle famiglie senza che spesso queste neanche abbiano il tempo e il modo di conoscerlo davvero, figuriamoci il condividerlo.
Ma anche se qualche genitore di buona volontà si prendesse la briga di leggerselo da cima a fondo, non solo non capirebbe tante cose che andrebbero almeno illustrate, ma soprattutto saprebbe solo i titoli e gli obiettivi generici dei tanti progetti curricolari e non, che lo farciscono e nel migliore dei casi in modo altrettanto vago qualche generica attività.
Soprattutto ignorerebbe le parti che dovrebbero di più riguardarlo: il RAV, visto che avrebbe dovuto contribuire, almeno in modo indiretto, alla sua realizzazione e il PDM, sua logica conseguenza. Poi ci sarebbe, almeno per le secondarie di primo e secondo grado, il famoso Patto Educativo che tutti i genitori dovrebbero firmare all’atto di accesso del proprio figlio nella scuola; Patto di cui molti genitori, però, ignorano l’esistenza e molti altri, magari pur avendolo firmato, non sanno bene nemmeno cosa sia. Parlo, gentilissimo professore, come lei certamente sa, dei documenti che sono a fondamento di quella condivisione, anzi collaborazione per usare il termine esatto, che è, come giustamente ricorda lei, fattore fondamentale del processo educativo della nostra scuola secondo la nostra Costituzione e secondo la nostra Normativa.
Purtroppo, gentilissimo Professore, la responsabilità di questa ignoranza da parte dei genitori non possiamo addossarla tutta a loro: gran parte ce l’hanno le scuole e lo stesso Ministero. Credo infatti che dovrebbe essere interesse di tutti questi attori che essa non ci fosse. Ma c’è ed è veramente la cosa più grave ed è, guarda caso, la causa vera, indiretta, della necessità del consenso informato. Il bello è che la stragrande maggioranza dei genitori al momento in cui iscrive il figlio ad una scuola senza rendersene conto firma una delega in bianco alla scuola proprio perché non conosce nessuno dei suddetti documenti fondamentali che secondo la Normativa avrebbe dovuto, addirittura, contribuire a redigere.
Perché avviene ciò? Perché per la tradizione storica del nostro Paese il rapporto scuola-famiglia, nonostante gli ultimi tormentati ultradecennali anni, di fatto non è cambiato ed è basato sulla fiducia nell’istituzione scuola e sull’ignoranza della funzione collaborativa, oltre che di controllo, che la scuola democratica assegna ai genitori e agli studenti maggiorenni.
Salvo poi a sbatterci la faccia e a trovarsi, come è accaduto in una delle tante scuole citate, nel corso di un progetto curricolare sull’orientamento, di fronte ad un raccontino per la propria figlia in cui la bambina protagonista si innamora di una gatta bambina. E questo è solo uno dei tantissimi casi segnalati. Allora, gentilissimo Professore, non si tratta di far giudicare ai genitori tutti i progetti che una scuola fa, ma solo di riparare alle gravi negligenze del nostro sistema scolastico solo sulla carta esemplarmente democratico.
E poi, diciamoci la verità, questo allarmismo è fuori dalla realtà perché il singolo genitore, questo l’esperienza di sette anni di consenso informato nella scuola ci insegna, che avrà il coraggio di far valere i suoi diritti, non impedisce agli altri di far frequentare ai propri figli il progetto che lui non condivide se gli altri continueranno a ritenerlo del tutto in linea con le Indicazioni Nazionali che nessun genitore o quasi, tra l’altro, conosce. Indicazioni o Orientamenti Nazionali che, lo ricordiamo, non danno nessuna prescrizione, che, anzi, contando (questo dice la legge) sulla Condivisione e Collaborazione di tutta la Comunità Educante (non certo esclusi i genitori, gli studenti maggiorenni e le rispettive Associazioni) devono essere coniugate, calibrate sulla realtà socioculturale in cui opera la scuola.
Giuseppe Bruno