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24.07.2025

Edupsicopenia: quando povertà educativa e malessere psicologico attaccano gli adolescenti

Gabriele Ferrante

La povertà educativa, secondo la definizione data alcuni anni fa da Save The Children è la privazione da parte dei bambini, delle bambine e degli/delle adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni.

Si tratta di un fenomeno complesso, all’interno del quale povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda, definendo scarse opportunità di studio ma anche, in senso più generale, una mancanza di stimoli culturali, ludico-sportivi e di accesso all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Quanti sono in Italia i ragazzi e le ragazze che si trovano in questa situazione? Difficile dirlo con esattezza, ma gli ultimi dati Istat forniscono un quadro d’insieme per nulla incoraggiante: il 16,8% dei giovani tra i 6 e i 19 anni non ha partecipato a spettacoli fuori casa nel 2023, il 70,5% dei bambini e ragazzi tra i 3 e i 19 anni – nel corso dello stesso anno – non è mai stato in biblioteca e il 39,2% non ha praticato sport.

Ma il problema della povertà educativa non è il solo ad affliggere gli adolescenti: soprattutto in questi ultimi anni si affronta sempre più spesso il malessere psicologico che li attanaglia. E anche qui le cifre sono impietose: disturbi del sonno (32%), ansia (31,9%), stati di apatia (15%), attacchi di panico (12,3%), depressione (11,5%) e disturbi dell’alimentazione (8,2%). Più di dieci ragazzi su cento tentano di cavarsela da soli, assumendo psicofarmaci senza prescrizione medica.

Spesso, questi due disagi si ritrovano a coabitare nella vita dei ragazzi. Ecco che, alla luce di questa considerazione, il Centro italiano aiuti all’infanzia lancia un neologismo – Edupsicopenia –  per descrivere la frequente coesistenza di povertà educativa e malessere psicologico.

Come riportato dal magazine Vita.it, il nuovo termine nasce per restituire con maggiore ricchezza di sfumature i bisogni dei tanti bambini e adolescenti che il Centro incontra nei suoi presidi educativi, attualmente attivi a Milano, Palermo e Bari.

A spiegare il senso della parola Edupsicopenia e la complessità della condizione che essa descrive sono Paola Cristoferi, responsabile del Programma Italia del Ciai e Alessandra Santona, professoressa ordinaria di Psicologia Dinamica all’Università Milano Bicocca e responsabile scientifica del Ciai.

Secondo le due esperte, il fatto che esista un’associazione significativa tra povertà educativa e disagio psicologico giovanile è qualcosa che sta nella consapevolezza di tutti coloro che si occupano di minori, di adolescenti, di scuola, di educazione, di contesti svantaggiati. Il fenomeno è così diffuso che a un certo punto si è avvertita la necessità di una parola per esprimerlo: nasce così Edupsicopenia.

Guardando a questi due fenomeni come a due cose distinte – continua Cristoferi – significava delegare la povertà educativa al mondo dell’educazione e il disagio psichico al mondo della psicologia, senza capire che ormai  il bisogno più forte è quello di integrare i saperi e gli sguardi. Questo significa essere capaci di parlare linguaggi diversi, di confrontarsi con competenze e specialisti diversi, ma dall’altra parte vuol dire anche osservare, concretamente, che un bambino che va male a scuola ha dietro quasi sicuramente dell’altro e quell’andare male a scuola genera dei vissuti che possono diventare anche fattori di rischio non solo per un abbandono scolastico ma anche, ad esempio, per un ritiro sociale.

La sfida che parte dalla creazione del termine Edupsicopenia – conclude la docente di Psicologia dinamica – è quella di considerarlo un fenomeno complesso che non può essere affrontato solo da uno o dall’altro punto di vista: non è banale, perché nella realtà sociale, spesso, bellissimi interventi sono stati fatti considerando queste due dimensioni a se stanti. Ma quell’approccio vanifica l’impegno profuso. Vale per la scuola, quando non considera la dimensione psicologica così come per noi psicologi, che a volte pensiamo che basti poi stare nel nostro studio e aiutare le persone a lavorare sulla propria autostima. La vera sfida è riuscire a costruire progetti che tengano conto della molteplicità delle dimensioni coinvolte e che pensino l’intervento tenendole insieme dal principio.

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