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Ennesima presa in giro: questa volta si tratta del concorso PNRR3

Ci hanno preso in giro. Ci hanno preso in giro per l’ennesima volta. Il concorso pnnr3 è andato come al solito: domande su argomenti o autori assolutamente impossibili da conoscere o su argomenti o autori visti ma con una deviazione su sviluppi che può conoscere solo chi, aprendo i testi a caso, trova una postilla, una nota a piè di pagina, un appunto che nemmeno il più esperto del mondo di quegli argomenti o quegli autori potrebbe conoscere. E la fregatura è servita: decine di bocciati, una stragrande maggioranza che non passa. Ma il concorso si è fatto e con l’Europa, e la coscienza, siamo a posto così.

A questo punto l’ipotesi diventa sempre più una certezza: non vogliono stabilizzare. Non hanno alcuna intenzione di farlo. O, perlomeno, lo vogliono fare il minimo possibile. Tanto a loro che importa? Che siano precari o stabili i docenti, l’anno scolastico si porta a casa ogni volta, qualcuno in cattedra c’è e chi se ne importa se sa insegnare o no, se è appena arrivato o sta nella scuola da decenni. L’importante è che, alla prima ora, qualcuno ci sia. Il resto non conta. Qualcuno vince, è ovvio, ma viene il dubbio che, volutamente, buttino nella massa dei quiz qualche batteria di domande fattibili: sarebbe sospetto un concorso con nessun vincitore, perché farebbe subito intervenire la Corte dei Conti, il Ministero e pure i politici. Sarebbe uno scandalo.

Chi dice questo ha avuto, purtroppo, l’esperienza di provare tutti e tre gli orridi concorsi pnnr, passando il primo ma non vincendolo (e per la prima volta nella storia non si fa una graduatoria ad esaurimento come avvenuto sempre), passando il secondo solo per lo scritto ma non abbastanza per l’orale e non passando il terzo. Storia normale di chi normale è e non ha santi in Paradiso, memorie fotoniche o altro che possa aiutare. Con risultati del genere è evidente che il meccanismo è voluto: gli argomenti sono gli stessi, le tematiche le stesse, le domande le stesse. Com’è possibile passare in un caso, a metà nell’altro e non nell’ultima occasione?

Se chi scrive non avesse fatto il giornalista per vent’anni penserebbe di non aver studiato a sufficienza, di non essere stato abbastanza preparato. Invece chi scrive sa osservare e riflettere sulle situazioni da punti di vista esterni, conosce molto bene la cosa pubblica e la politica e sa che, se è accaduto qualcosa del genere, non è stato casuale. Era tutto previsto, tutto programmato. Domande abbastanza semplice nel primo concorso, passabili anche con un po’ di intuizione; più ostiche nel secondo; infattibili nel terzo. Però i concorsi si sono fatti e all’Europa si può dire: “eh, sono loro che non li passano”.

Come se avessi bisogno di un funzionario del ministero per misurare la mia preparazione. Come se fosse un funzionario del ministero che debba dire se, dopo dieci anni, sono in grado di fare l’insegnante o meno. Lo sono. Ma non stabilizzato.

Sai quanti miliardi risparmia lo Stato con i precari? Stipendi più bassi, scatti che non ci sono, tredicesime minori e qualche mese con il sussidio di disoccupazione che costa meno. E le pensioni, un giorno, molto più basse. Che ce ne facciamo di personale stabile quando in aula qualcuno arriva? Con il calo delle nascite, poi, e la futura riduzione delle classi, non ci vorremo mica trovare con docenti da pagare lo stesso e studenti che non ci sono, vero? Poi “lavorano solo dieci mesi e mezza giornata”, secondo le loro menti distorte, quindi non se ne parla.

Ecco quindi spiegato, con un po’ di intuizione e un briciolo di riflessione, cosa è accaduto con concorsi che si dovevano fare per incassare i miliardi europei. Ora i fondi non ci saranno più e cosa accadrà? Si tornerà al solito andazzo italico, dove non si sono fatti concorsi per decenni? Chissà…

La questione, comunque, è una: io sono stufo. Stufo di farmi prendere in giro da un sistema che non mi merita, stufo di farmi prendere in giro da un branco di ignoranti sulle cui capacità mi piacerebbe molto indagare testandone la preparazione, stufo di parole vuote e inutili e prese per i fondelli. Quando sono entrato nella scuola, dieci anni fa, ero entusiasta: mi piaceva tutto, lavorare in classe, gestire i ragazzi, darsi da fare per la loro preparazione, collaborare con i colleghi.

Adesso di quell’entusiasmo è rimasta qualche briciola, forse. Ho avuto più di una volta attestati di stima ampi e profondi da parte dei ragazzi: l’anno scorso, in una quinta superiore in cui ho fatto qualche mese di supplenza, sono stato pregato di rimanere (“prof, ma lei non se ne va, vero?”, “prof, io ho conosciuto diversi docenti di storia e lei è stato il migliore di tutti”, “resti, per favore, l’altra prof non fa altro che leggere il libro…”).

Invece sono qui, con la mia esperienza di vita e di scuola, ma trattato come un pezzente, ritenuto un reietto, schifato da gente che non è degna nemmeno di pulirmi le scarpe ma si permette di testare la mia preparazione prendendo me — e i colleghi come me — per i fondelli.

Io sono furibondo. Furibondo con questo sistema. Schifato da questo sistema. Disilluso. Distaccato. Sia chiaro che il mio lavoro non ne risente: i ragazzi di cui mi occupo possono sempre contare sul meglio di me, a loro non viene lesinato nulla.

Ma l’entusiasmo, ormai, è un lontano ricordo.

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