Gli esami di Stato sono terminati, con la mente più libera dal peso “morale” che tale impegno comporta come commissari interni, si ripercorre con più distacco il lavoro affrontato, e quello che rimane è sempre un senso di impotenza, la sensazione che avremmo voluto fare di più per i nostri alunni. Come se dipendesse solo da noi…
Nelle ultime settimane si sono verificati i casi di alunni che, per ‘protesta’, non hanno voluto sostenere la prova orale dell’Esame di Stato. Allora la riflessione, da privata e individuale, si allarga e trova eco in questi episodi bollati velocemente come mancanza di responsabilità, protagonismo, superficialità.
Ci si ripete che i ragazzi devono affrontare questa prova, che fa parte della loro crescita ma è anche vero che noi adulti dovremmo fare in modo che, di tale prova, possano serbare negli anni un buon ricordo, possano veramente sentirla come il conseguimento di un traguardo. E invece no, troppo spesso non accade questo.
Piombano a scuola commissari sempre scontenti e alla continua ricerca di sottolineare o, peggio ancora, stigmatizzare l’errore o la defaillance, quando non devono sottilmente rilevare la mancanza di professionalità dei colleghi i cui alunni stanno esaminando, non lo dicono apertamente, ma sgranano gli occhi e assumono espressioni schifate davanti alla data sbagliata, all’errore di ortografia, al collegamento un po’ debole tra discipline.
Alcuni commissari sono anche convinti che stanno lavorando bene, sorvegliano, giudicano, mettono in difficoltà, e soprattutto interrogano, un continuo incalzare di domande, noncuranti della normativa che chiede un colloquio pluridisciplinare volto a verificare l’acquisizione delle competenze; un continuo braccio di ferro tra commissari interni ed esterni, con presidenti che non sanno garantire l’equità della prova, ma soprattutto la serenità della prova, la serenità dei ragazzi.
Ed ecco che giovani di 18 anni, che affrontano timorosi e fiduciosi la loro prova, che vogliono dimostrare di aver compreso, di essere cresciuti, di essere pronti a “spiccare quel volo” per cui hanno lavorato per cinque anni, cadono nella rete come pesciolini con cui la zampa sadica del gatto si diverte.
Tutto ciò in nome di una serietà che, ahimé, diventa rigidità e incapacità di dialogare e leggere negli occhi smarriti dei candidati la progressiva caduta delle illusioni: illudersi di potersi fidare degli adulti.
Perché, se poi per tutti avvenisse nello stesso modo, se l’esame fosse per tutti così, loro, i ragazzi, se ne farebbero una ragione. Gli adulti sono adulti, che ci vuoi fare…
Invece, mentre in un istituto o in una commissione si valorizza il lavoro svolto o, al limite, si assume un atteggiamento indifferente, in altri si dà battaglia all’imperfezione, alla fragilità, all’incompletezza, all’orgoglio, alla speranza, all’insicurezza. Si dà battaglia alla giovinezza.
E da una parte proliferano valutazioni positive, se non anche, talora, quasi ridicole, in altre i bocconi amari da ingoiare sono davvero tanti. E il crollo della fiducia è devastante.
Sono maturi i nostri giovani, checché se ne dica. Sono maturi perché, nonostante questi spettacolini, hanno ancora il coraggio di amarsi e fidarsi di quello che hanno costruito con serietà. Qualcuno ha trovato la forza di dirlo, con lo ‘sciopero dell’orale’, ma le parole silenziose che in migliaia hanno detto dentro di sé, non possono essere ignorate.
Un esame serio valuta con equità e mette alla prova tutti nello stesso modo, d’altronde noi docenti interni li abbiamo già valutati, abbiamo dato loro dei voti, un credito, forse si vuole mettere in dubbio la nostra professionalità ed obiettività? E allora come si può valutare la “maturità”? La maturità è forse misurabile in numeri? E non è neppure corretto dire: “La vita è ingiusta, bisogna imparare ad accettare…” No! Non funziona così!
Uno Stato non può fare esami in cui c’è aleatorietà, si scontra con il concetto stesso di valutazione. Ma per fare un esame serio bisogna davvero ristrutturarlo; bisogna davvero sottoporre tutti alla stessa prova; bisogna davvero avere un sistema di valutazione che tenga conto della disomogeneità dei contesti ma che riesca a dire la verità ai nostri ragazzi e sui nostri ragazzi; ma, soprattutto, bisogna inimicarsi molti; vale la pena?
In un paese che dice di amare i propri giovani, sì, varrebbe la pena.
Elisabetta Ponziano – Sabrina Rossi