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Esami di Stato, richiamo alla massima correttezza

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Un tempo si invitavano gli alunni alla massima correttezza durante lo svolgimento degli esami. Niente aiuti, niente cellulari, niente copie esterne. L’esame è una cosa seria, una prova importante, quasi una sorta di iniziazione alla vita.
Ma oggi, se questi moniti restano indubbiamente fermi, altri se ne aggiungono e riguardano (chi se lo aspettava?) docenti e dirigenti. E’ di qualche giorno fa, in vista degli ormai prossimi esami di Stato e di terza media, una dichiarazione del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”, che inizia con una considerazione inquietante: “Fra poco si svolgeranno gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi. Negli ultimi anni i mezzi di informazione hanno riferito di numerosi casi in cui non è stato assicurato il loro corretto svolgimento. Questo danneggia fortemente la credibilità della scuola italiana e l’immagine degli insegnanti e dei dirigenti.”
Gli esami, come tante fonti di informazione riferiscono, e come voci di corridoio confermano, non sempre si svolgono in modo corretto: “Non c’è dubbio che la maggioranza dei colleghi agisca in modo inappuntabile e faccia il possibile per garantire la regolarità degli esami. Siamo però consapevoli che un malinteso atteggiamento di “comprensione” nei confronti degli studenti e la diffusa tendenza a considerare inutilmente fiscale la fermezza nel far rispettare le regole (e in alcune situazioni anche pressioni esterne) possono spingere a “chiudere un occhio” se qualcuno copia, a giustificare o a tollerare indebiti aiuti e persino comportamenti gravemente scorretti, come fornire ai propri allievi traduzioni e soluzioni”.
Le conseguenze di questa pessima pratica sono sotto gli occhi di tutti: “Va invece ribadito che certi atteggiamenti non sono affatto un modo di “fare il bene dei ragazzi” e che anzi feriscono la giustizia e il merito. Una scuola, infatti, in cui venga in qualche modo compromessa la regolarità degli esami, abitua gli studenti alla scorrettezza, commette un’ingiustizia verso chi conta solo sulle sue forze e infine svaluta il senso dell’esame come momento importante di verifica delle capacità degli allievi. Viceversa, l’esempio di comportamenti coerenti con i valori che si insegnano costituisce per i giovani la più efficace educazione alla legalità”.
Il monito è quindi quello di fare il proprio dovere, assumendosi responsabilità e insegnando ai giovani il senso di responsabilità: “Ed è con questo spirito che noi sottoscritti commissari e presidenti di commissione dichiariamo pubblicamente che ci impegneremo per far sì che gli esami si svolgano in un clima sereno, ma nel rispetto della legalità, dell’equità e dell’imparzialità, a tutela del prestigio della scuola italiana, di coloro che vi operano con ammirevole impegno e dei tanti studenti che si preparano con serietà a questa importante prova.”
A queste parole fa da immediato sostegno una dichiarazione della Gilda: “La dichiarazione degli insegnanti per la correttezza degli esami di Stato ideata dal Gruppo di Firenze, ci trova consenzienti.
Da tempo, la Gilda ha sottolineato con decisione che la professione dell’insegnante ha valenza pubblica, per mandato costituzionale e che perciò è necessario tutelare l’alta funzione, la credibilità e il prestigio della categoria e della professione stessa.”
Nel contempo il coordinatore nazionale Gilda, Rino Di Meglio, sottolinea un altro aspetto non irrilevante della questione esami: i compensi irrisori per i commissari: “Nei prossimi giorni, oltre agli studenti della scuola secondaria di primo grado, anche quelli delle superiori dovranno affrontare gli esami di maturità. È importante ricordare – afferma Di Meglio – che si tratta di insegnanti che prestano un servizio oneroso, ricevendo compensi irrisori. All’impegno per gli esami di Stato, inoltre, si aggiunge quello dei corsi di recupero che spesso non vengono retribuiti perché le scuole non dispongono delle risorse economiche necessarie. Si tratta di un tour de force che in molti casi – sottolinea il coordinatore nazionale della Gilda – potrebbe costringere i docenti a rinunciare a buona parte dei 36 giorni di ferie previsti dal contratto nazionale. I docenti italiani operano in condizioni sempre più difficili, spesso vilipesi da chi dovrebbe ringraziarli e, nonostante ciò, – conclude Di Meglio – lavorano con dedizione e senso del dovere, contribuendo in modo determinante al futuro del Paese”.
E’ tempo di esami: l’appello che si leva da più parti è quello che tornino ad essere, come tutta l’istruzione, una cosa seria. Pochi soldi certamente, ma che sia salva la moralità.
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