Sta facendo molto discutere la vicenda relativa ad una famiglia di origine anglo-australiana che vive in un bosco, in Abruzzo. Ieri si è verificato ciò che i genitori temevano: l’allontanamento dei tre figli (di 8 e 6 anni) e la sospensione della potestà genitoriale. I piccoli sono stati collocati in una casa famiglia e c’è un tutore che si occuperà di loro. Lo riporta Il Corriere della Sera.
La mamma dei bambini ha potuto accompagnare i suoi piccoli nella struttura protetta e passare la notte con loro, almeno la prima notte. “Altrimenti lo choc sarebbe stato davvero insopportabile” – dice il legale.
Nel frattempo oltre 13mila persone hanno firmato una petizione online a sostegno della famiglia arrivata nel piccolo paese di circa 800 abitanti in provincia di Chieti. La scelta dei genitori di vivere lontano dai centri urbani, senza collegamenti a elettricità e acqua, ha scatenato un acceso dibattito tra chi sostiene lo stile di vita alternativo e chi lo critica.
I genitori hanno sempre difeso la decisione di crescere i figli – una bambina di otto anni e due gemelli di sei – immersi nella natura, optando per l‘istruzione domestica con l’aiuto di un’insegnante privata molisana. I genitori ribadiscono che la loro scelta non nasce da negligenza, ma dal desiderio di vivere a contatto con la natura, tutelando il legame con i figli e con gli animali.
Il punto che crea più dibattito è quello sulla scuola. Lei australiana, ex istruttrice di equitazione, e lui, inglese, ex chef, hanno scelto per i loro tre figli l’unschooling. Cosa significa unschooling? Che i loro bambini non frequentano una scuola come tutti gli altri ma l’istruzione viene impartita dai genitori seguendo un percorso autoguidato e “spontaneo”. “Non vogliamo portarli a scuola. Vogliamo che crescano qui nella natura. Imparano dai libri che abbiamo in casa (inglese, italiano e matematica) ma soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega – aveva detto il papà -. È un modo diverso di acquisire nozioni. Non solo studiando su un libro”.
La famiglia vive nel casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza un bagno all’interno delle quattro mura domestiche, senza allacci di corrente elettrica. Un pannello fotovoltaico garantisce loro quel poco di luce che serve in casa per ricaricare il cellulare utilizzato per le emergenze. Mangiano quasi esclusivamente ciò che regala la terra. Ma sembrano assai felici. Chiunque li abbia incontrati ha raccontato di una famiglia unita e serena. Il budget mensile per la spesa e la benzina non supera i 300 euro.
Come fanno a procurarseli? Nessun sussidio dal Comune. La madre dichiara di ricavare qualche denaro alla sua attività di consulente sui temi del benessere psicofisico e dalla rendita di beni familiari che la donna ha ancora in Australia. Il marito, si occupa invece dell’orto e provvede a procurare cibo alla sua famiglia oltre che fare piccoli lavori artigianali.
Non è il primo caso del genere. A giugno due fratellini di 6 e 9 anni, un maschio e una femmina, sono stati scoperti per caso in una cascina isolata nei boschi di Lauriano, nel Torinese. Vivevano fuori dal mondo, senza documenti, mai iscritti all’anagrafe né a scuola. Nessuno sapeva della loro esistenza.
La scoperta è avvenuta durante un sopralluogo delle autorità per un’ordinanza di sgombero legata all’alluvione di aprile. I carabinieri, su disposizione della sindaca, hanno trovato i piccoli in condizioni igienico-sanitarie precarie. I bambini, che non sapevano leggere né scrivere, indossavano ancora il pannolino.
Secondo quanto ricostruito dai servizi sociali del Ciss di Chivasso e riportato dal Corriere, vivevano in totale isolamento, privi di stimoli, cure adeguate e socialità. Il padre, un 54enne olandese residente da anni in Italia, ha giustificato la scelta con il timore per il Covid e altre malattie. Ossessionato da ipotesi complottiste e dalla paura del contagio, aveva deciso di nascondere i figli nel bosco, convinto di proteggerli dal mondo. La madre, assente, risulta totalmente disinteressata alla loro crescita.
I genitori hanno parlato di “educazione alternativa”, sostenendo che i figli seguivano corsi online e disponevano di giochi e strumenti musicali. Ma la realtà descritta dai servizi sociali è ben diversa.