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Gelmini: le “classi pollaio” sono meno dell’1%

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Le classi con alto numero di studenti sono rarissime. A sostenerlo, rendendo pubbliche anche delle percentuali nazionali, è stato il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, durante una visita a Frascati, svolta il 5 settembre in occasione della sesta edizione di Summer School, la scuola di alta formazione politica organizzata dalla fondazione Magna Carta e dall’associazione Italia Protagonista. Gelmini ha dichiarato che "le classi con più di 30 alunni in Italia sono lo 0,6% e quelle con meno di 12 alunni sono il 4%. E’ quindi sterile e sbagliato parlare ossessivamente di classi-pollaio".
Con queste parole il Ministro ha così inteso controbattere alle continue accuse, mosse di recente anche dai sindacati di base e dalla Flc-Cgil, di aver ulteriormente innalzato il numero di alunni per classe, rendendo lecita la formazione di classi, soprattutto iniziali, alle soglie delle 30 unità (la norma indica 27 alunni, integrabili qualora vi fossero studenti in eccesso non oltre i 28). Ma in certi casi si va ben oltre, come accaduto qualche giorno fa alla
scuola media "Grecchi" di San Sisto, uno dei quartieri con più alta densità di residenti a Perugia, dove il dirigente avrebbe proposto alle famiglie la formazione di tre prime classi da ben 37 (trentasette!) alunni.
Forti critiche contro le troppe deroghe degli Usr sono state mosse anche dalle associazioni dei disabili che hanno ravvisato diversi casi in cui non viene a tutt’oggi rispettata la soglia dei venti alunni per classe in presenza di un giovane affatto da grave handicap. Tanto è vero che ogni anno sono diverse, diverse centinaia, le decisioni prese dai giudici di collocare gli alunni disabili in gruppi-classi più piccoli.
Ora però Gelmini comunica che si tratta solo di una parte residuale di casi. Per il bene degli alunni (e dei docenti!), la speranza è che le percentuali fornite dal Ministro possano tendere in futuro sempre più verso lo zero: una classe con 30-32 alunni non comporta molte possibilità di fornire loro un’opera completa di insegnamento. E’ più probabile, piuttosto, che il docente rimanga indaffarato a dirimere discussioni, smaltire carte e compilare registri con liste di cognomi e nomi che non finiscono mai.