Abbiamo seguito, nella spianata di Torvergata, la Veglia di sabato sera di oltre un milione di giovani col Papa, e la celebrazione eucaristica del giorno seguente. Abbiamo ammirato, ancora una volta, la personalità serena di Papa Leone, i suoi modi semplici ma sicuri. Nel guardare la diretta, la mia mente collocava istintivamente il volto di quei giovani nel contesto culturale in cui siamo immersi, caratterizzato dall’annullamento di molte certezze. Era come assistere ad uno scontro fra il tutto e il nulla. I giovani di Torvergata e quelli che spesso s’incontrano in giro.
Mi figuravo, da una parte, i pacifici nembi estivi di questi pomeriggi dorati di sole. E, dall’altra, masse nuvolose che in parte si lasciavano assimilare dalle prime, in parte intensificavano la loro foschia.
Quella giovanile è un’età straordinaria.
La più adatta a pianificare la vita in base a dei progetti. Sempre che non si soggiaccia alla depressione o a condizionamenti di vario tipo. Come negarlo.
I giovani possono dare un grande apporto alla società. Ma la giovinezza, come tutte le età, è racchiusa nella circonferenza della universalità umana, in cui puoi trovare tutte le gradazioni della morale. Così, come sono certo che sul grande prato di Torvergata fossero presenti giovani spinti a quell’incontro dalle più svariate motivazioni, compresa l’attrazione per l’avventura o per il cameratismo di gruppo.
Una cosa è certa. Fra quei giovani, il 2 e il 3 agosto, probabilmente ce n’erano molti alla ricerca di un senso vitale autentico. E, stando alle immagini televisive, era evidente che tanti di loro avevano acquisito la capacità di concentrarsi profondamente nella preghiera, attraverso un itinerario spirituale. In ogni caso, per tutti valevano le parole del Papa: “Aspirate a cose grandi. Siamo fatti per questo. Per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore”.
A proposito di gradazioni etiche, quest’estate ho avuto modo di riflettere sulla condizione attuale dei giovani. Girando per il mondo, oggi puoi incontrare ragazzi dalla insospettata profondità umana, cordiali, disponibili, interiormente ‘puliti’, autentici.
Decisamente migliori di molti adulti. Così come puoi imbatterti in soggetti immersi nella superficialità, che celebrano il loro nulla interiore a ritmo di rap. Il rap, appunto. Forse non esiste una musica più adatta a non pensare, a raccontare l’insignificanza, la noia ed il disagio del non senso. Una sorta di SOS che, anche se può dar fastidio, va comunque decodificato da chi ancora si preoccupa del genere umano. A cosa si può paragonare il rap? Ad uno che parla a flusso, per paura che qualcuno possa porgli delle domande.
Oppure, venendo alla grafologia, ad uno che scrive occupando tutto lo spazio bianco ai lati. Ora, se la scrittura rappresenta l’Ego e lo spazio bianco la realtà, lo stato d’animo di costui si può definire un misto di timidezza e paura. Paura del dialogo e di essere giudicato. Fuga dalle domande sul senso della vita.
Ammettiamolo. Una parte consistente di giovani oggi si sta perdendo. Ho fatto, questa estate, un’esperienza eloquente. Quella dei giovani che avevano affittato, al mare, l’appartamento confinante col nostro. Praticamente, vivevano solo di notte, uscendo e rientrando all’alba. Quando c’erano, te ne accorgevi dai combattimenti corpo a corpo, dalle bestemmie e volgarità. In un mese, hanno allagato il palazzo, infranto un vetro, bruciato tutte le pentole, lasciato pile di stoviglie sporche. Mi hanno però soprattutto colpito i testi delle canzoni che ascoltavano. Le percepivo a brandelli. Parole terribili, annullatrici di ogni visione positiva del reale. Erano come un secchio d’inchiostro gettato nell’acqua limpida di una sorgente. Se vogliamo quella sorgente era il candore della loro infanzia.
Noi, parliamo tanto delle guerre che avvolgono il pianeta come un mantello tenebroso. Ma, credetemi, non c’è guerra peggiore dell’alterazione del senso positivo del mondo, della distruzione della fiducia. Quella che tutti abbiamo alla nascita, prima che qualcuno ce la rubi. Sì, c’è una guerra fuori e dentro di noi. Così come ci sono i diffamatori della bellezza e della bontà delle cose. È in atto lo scontro immane fra chi, con san Tommaso d’Aquino, esponente del più radicale ottimismo ontologico che esista (quello biblico, appunto), ritiene che “Tutto ciò che esiste, per il fatto stesso che esiste, è ‘unico’ (possiede un’identità compiuta e perfetta), è ‘vero’ (risponde ad un preciso progetto), è ‘buono’ (benefico a sé stesso ed a tutto ciò che esiste) è ‘bello’ (in senso strutturale ed estetico)”. Mentre c’è chi, malato di cecità metafisica, proclama senza vergogna che nulla ha senso, che tutto è malvagio, spregevole, osceno. Per cui è meglio distruggere tutto.
Proprio così. Esiste una diffamazione della realtà alla stessa maniera di come esiste una diffamazione del prossimo. Di fronte a quei testi, mi chiedevo com’è possibile che chi li ascolta non venga pervaso dal desiderio panico di offendere e distruggere anche fisicamente gli esseri umani e l’intero universo. Mi chiedo anche se questi messaggi demolitori non sono, di per sé, da soli, la causa sufficiente di gran parte del male fisico e morale di cui parla ogni giorno la cronaca. Così come mi domando: Per chi vive in questo clima di nullificazione del reale e di satanismo aggressivo, che senso ha vivere e che senso ha morire? Credo che, in una situazione come questa, vivere è l’occasione per distruggere gli altri e se stessi. E morire diventa un andare a dissolversi in quel nulla già sperimentato nella vita.
Luciano Verdone