Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha partecipato oggi 16 febbraio a Torino, al Teatro Carignano, alla cerimonia per il centenario della morte di Piero Gobetti, una delle voci più alte dell’antifascismo italiano. Amico di Gaetano Salvemini e di Antonio Gramsci, Gobetti morì a Parigi il 16 febbraio 1926, in esilio forzato per sfuggire alla persecuzione fascista. A ricordarlo, una Lectio magistralis di Gustavo Zagrebelsky e un intervento del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.
Nato a Torino il 19 giugno 1901, fonda la rivista “Energie Nove” ma rifiuta la direzione del periodico “L’Unità” propostagli da Gaetano Salvemini, mentre entra in contatto con l’ambiente dell’”Ordine Nuovo”, il settimanale, fondato e diretto da Antonio Gramsci, e del quale Gobetti dirà: “il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia sorto in Italia con qualche serietà ideale”.
L’eco della Seconda guerra mondiale intanto non è del tutto cessata e l’Italia è nel subbuglio delle lotte sindacali e di rivendicazione sociale, in attesa delle promesse di lavoro e di terre, fatte sulle trincee del Carso dai comandi militari monarchici, mentre nella Russia di Lenin la classe operaria e i contadini, nel 1917, hanno preso il governo di quella sterminata Nazione, mandando a morte lo zar Nicola.
E se l’intellighenzia socialista italiana guarda con fiducia a quella esperienza, la borghesia e gli agrari cercano invece chi possa in qualche modo fermare la deriva socialista e progressista che mina il loro potere, trovando nel Partito Nazionale Fascista, e in Benito Mussolini, la risposta alle loro aspettative. Che li garantisce e rassicura.
Da qui, nello stesso anno della “Marcia su Roma”, nel 1922 Gobetti fonda la “Rivoluzione Liberale”, in opposizione al fascismo a cui segue anche la casa editrice, dove pubblicano personalità del livello di Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Giovanni Amendola, mentre Eugenio Montale pubblica nel 1925 la raccolta di poesie ‘Ossi di Seppia’.
Antifascista, con una lungimirante analisi politica e sociale, pubblica “La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia”, nella quale auspica una rivoluzione contro la deriva mussoliniana, motivo per cui rischia la vita durante una aggressione squadrista, mentre di conseguenza viene soppressa la rivista che aveva fondato.
Per Gobetti si apre la forzata via dell’esilio per salvare la vita e parte per Parigi il 6 febbraio 1926, lasciando la moglie e il figlio. Muore nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, a soli 24 anni, a causa delle complicazioni dovuti ad una bronchite sopravvenuta dal pestaggio fascista. Accanto a lui Francesco Fausto, Francesco Saverio Nitti e Giuseppe Prezzolini.
Qualche anno dopo, nel 1937 in Francia, i fratelli Rosselli, giornalisti e figure chiave dell’antifascismo italiano, saranno assassinati da sicari fascisti.
Paolo Spriano, il maggiore storico del Comunismo Italiano (Storia del Partito comunista italiano, 5 Voll., Einaudi, Milano, 1973), parlando di Gobetti e Gramsci, coetanei, sottolinea l’originalità della sua, di Gobetti, cultura politica, confrontandola con l’esperienza complessiva del fondatore del PCd’I, perseguitato dal fascismo, ma morto nel 1935 dopo più di 10 anni di carcere.
Una commemorazione, quella di Gobetti, che ha il significato dell’impegno a tenere alti i valori di democrazia e libertà e affinché ilpensiero liberale, mai violento, scardini la violenza proprio perché, come appunto Gobetti scriveva, la libertà “non si eredita e non si delega, né si conserva da sola”.