Estate, tempo di vacanze lunghe e anelate per tutto un anno da schiere di ragazzi e ragazze impazienti di riversarsi sulle spiagge la mattina e di andare in giro per locali dopo il tramonto. Liberi e privi di impegni scolastici.
Ma non sempre è così. Per un numero non trascurabile di giovani, l’estate è la stagione in cui i disagi crescono a dismisura, aumentano le difficoltà con se stessi e con gli altri, l’isolamento si radica sempre di più. Così accade per i cosiddetti hikikomori, un termine che significa letteralmente “stare in disparte” e designa tutti coloro che decidono di ritirarsi dalla vita sociale chiudendosi in casa, senza avere alcun contatto diretto con il mondo esterno, a volte nemmeno con i propri genitori. Sono giovani – si legge sul sito della Fondazione Veronesi – tra i 14 e i 30 anni, maschi nel 70-90% dei casi, anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora. In Italia non ci sono ancora dati ufficiali, ma si stima ci siano circa 100.000 casi.
Nel vasto dibattito sulle cause del fenomeno e sulle azioni che famiglia, scuola e specialisti possono fare per contrastarlo si è inserita in questi giorni Caterina Fiorilli, Ordinaria di psicologia sociale e direttrice del Dipartimento di Scienze Umane, Comunicazione, Formazione e Psicologia alla Lumsa di Roma.
In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, la docente dichiara che Il fenomeno dell’hikikomori non è un capriccio adolescenziale né un effetto collaterale della tecnologia, sempre messa, anche in maniera impropria, sul banco degli imputati. È piuttosto una risposta complessa e spesso dolorosa a un mondo che chiede troppo e accoglie troppo poco. Secondo recenti studi le cause sono molteplici: tratti temperamentali, vissuti di ansia o depressione, famiglie iperprotettive o emotivamente assenti, e una società che tende a misurare il valore delle persone in termini di prestazioni. In questo scenario, Internet non è il colpevole principale, bensì spesso l’unico rifugio. Uno spazio virtuale che consente ai ragazzi isolati di mantenere un contatto minimo con il mondo, ma senza doversi esporre al dolore del confronto reale.
Le responsabilità della famiglia sono notevoli – continua la docente – perché da luogo di amore e tenerezza può trasformarsi in una gabbia. Molti dei ragazzi che decidono di isolarsi hanno genitori ansiosi, iperprotettivi, sempre pronti a evitare ai figli qualunque frustrazione. Ma un adolescente senza frustrazioni – dice Caterina Fiorilli con una bella immagine – è come una pianta senza vento: cresce fragile, incapace di reggersi da sola. Le frustrazioni, al contrario, sono fondamentali: non ostacoli da evitare ma nutrimento quotidiano per la crescita interiore. Imparare a confrontarsi con il limite, con l’attesa e con il fallimento significa esplorare il regno del possibile, dove si costruisce la resilienza. Al contrario, un’educazione che elimina ogni sofferenza e protegge da ogni scoglio, priva i ragazzi della possibilità di scoprire le proprie risorse, di acquisire fiducia nelle proprie capacità e di affrontare gli ostacoli della vita.
La scuola – aggiunge la specialista – ha un ruolo cruciale nel fenomeno dell’hikikomori, perché può essere il primo luogo dove il disagio si manifesta. Dietro a un’assenza ricorrente, al rifiuto delle verifiche, a un mutismo selettivo, può celarsi una richiesta d’aiuto. Occorre, dunque, formare gli insegnanti all’ascolto, trasformando la scuola in un ambiente in cui l’educazione emotiva sia prioritaria, uno spazio sicuro dove sbagliare non sia una condanna, per restituire ai giovani la possibilità di sentirsi parte del mondo.