Breaking News
20.12.2025

I bambini e le bambine non giocano più, lo confermano studi e ricerche; ma la scuola e gli insegnanti possono fare molto

Reginaldo Palermo

È sempre più difficile incontrare, nella scuola primaria, bambini capaci di giocare in autonomia: il dato è ben noto ai docenti di questo ordine di scuola che spesso devono “inventarsi” di tutto per promuovere l’attività ludica dei bambini e delle bambine che ha una importanza fondamentale dal punto di vista psico-evolutivo.
Di questo fenomeno si occupa Gianluca Gabrielli, docente e storico, autore di studi e ricerche sulla storia della scuola e della educazione.
In un recente articolo pubblicato nella rivista on line  “Quando suona la campanella”, Gabrielli sostiene che anche negli istituti in cui sono ancora previsti tempi di ricreazione relativamente distesi – come per esempio nei Tempi pieni sopravvissuti ai tagli della ministra Gelmini (e non solo) – bambine e bambini mostrano spesso difficoltà nel giocare insieme, nell’inventare giochi, nel dare continuità alle interazioni tra pari.

Le ragioni di questo fenomeno – spiega – sono molteplici. Una delle principali è la drastica riduzione, soprattutto nelle aree urbane, degli spazi adatti al gioco libero e autonomo. Negli ultimi venti, trenta o cinquant’anni, le città hanno progressivamente sottratto ai bambini luoghi informali in cui incontrarsi, esplorare, negoziare regole e relazioni senza una costante supervisione adulta.
Anche nei quartieri più virtuosi, dove esistono giardini attrezzati, non sempre i genitori hanno la possibilità di lasciare i figli per tempi sufficientemente lunghi in contesti realmente socializzanti e non mediati dagli adulti. Il gioco, così, diventa sempre più guidato, controllato, talvolta animato e organizzato dal mondo adulto.

Quando questi spazi e queste disponibilità non ci sono – e accade nella maggior parte dei casi – il tempo dei bambini viene spesso riempito da attività sportive molto strutturate, dalla televisione o, in misura crescente e preoccupante, dai dispositivi digitali. Ne consegue che, tra i tre-quattro e gli otto-nove anni, si assiste a un crollo verticale delle esperienze di gioco autonomo e socializzante tra pari. Viene così a mancare quel terreno su cui possono svilupparsi le “culture dei bambini”, cioè quell’insieme di pratiche, linguaggi, regole e significati condivisi che nascono dal gioco libero. Non sorprende quindi che, durante la ricreazione scolastica, quando i bambini si trovano improvvisamente a disposizione di un cortile e di un tempo disteso, spesso non sappiano cosa fare e come farlo.

Ma, in tutto questo, l’insegnante cosa può fare?
Sempre secondo Gabrielli, il tempo che alcune organizzazioni scolastiche riescono ancora a garantire non è paragonabile a quello di cui i bambini avrebbero realmente bisogno; per questo l’adulto non può limitarsi a osservare passivamente. È necessario, talvolta, indicare l’inizio del sentiero, dare un abbrivio, per poi fare un passo indietro e osservare come l’esperienza si sviluppa autonomamente.

Si tratta così di trovare un equilibrio delicato tra il fornire suggerimenti e il lasciare che l’esperienza cresca attraverso prove ed errori.

Nella maggior parte dei casi l’osservazione non richiede interventi diretti. Solo quando i conflitti o le difficoltà assumono forme preoccupanti diventa opportuno intervenire. Negli altri casi, invece, è fondamentale lasciare che la socializzazione segua i suoi tempi, con le sue frustrazioni e i suoi successi.

Molte sono le tecniche a cui si può fare ricorso per stimolare i bambini a giocare liberamente.
A volte basta introdurre in palestra una varietà di giochi perché alcuni vengano poi ripresi spontaneamente durante il gioco libero. Altre volte è utile intervenire direttamente in ricreazione, in modo saltuario, invitando chi vuole a imparare un nuovo gioco. Se piace, verrà riproposto autonomamente; se non attecchisce, potrà essere dimenticato o riemergere mesi dopo senza apparenti motivi.

La scelta dei giochi è naturalmente libera. L’archivio del gioco infantile è vastissimo e ogni insegnante attinge alla propria esperienza, ai propri gusti, o alle caratteristiche dei bambini che ha davanti.
Riflettendo sulla mia pratica – spiega infine Gabrielli – mi sono accorto di ricorrere spesso ai giochi della tradizione. Sono giochi che non richiedono materiali particolari, sono tendenzialmente egualitari, collaudati nel tempo e facilmente gestibili in autonomia. Proprio per questo risultano capaci di generare divertimento, coinvolgimento emotivo e impegno personale, restituendo ai bambini uno spazio autentico di gioco condiviso.

In un tempo in cui il gioco libero sembra smarrirsi, la scuola – e in particolare la ricreazione – può diventare uno degli ultimi luoghi in cui i bambini imparano di nuovo a giocare insieme. Non per nostalgia del passato, ma per restituire loro una competenza fondamentale per crescere.
L’articolo di Gianluca Gabrielli contiene anche ampi riferimenti a giochi di gruppo molto semplici da realizzare negli spazi scolastici, una occasione per socializzare ma anche divertirsi e imparare a muoversi in modo libero.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate