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I docenti italiani? “Facilitatori” che ingaggiano battaglie quotidiane contro inerzie burocratiche e nuovismi vacui

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Caro Direttore,

mi voglio rivolgere alla sua sensibilità, che so essere viva e accorta su questi temi, per parlarle di scuola.

Io insegno Filosofia e Storia  al  Liceo classico “J. Sannazaro” di Napoli,  e l’altro giorno, con molti dubbi e molti mal di pancia, ho deciso di scioperare, attirandomi addosso le critiche di molti amici “riformisti”, che in questo mio gesto, condiviso con molti altri, hanno visto una oggettiva e ingenua copertura del solito corporativismo sindacale, che tante sciagure ha comportato negli anni per la scuola.

Per questa ragione se Lei me lo consente, vorrei spiegarmi.

Chi non vive quotidianamente la realtà della vita scolastica, non si rende conto che un insegnante che voglia svolgere con rigore e serietà la sua professione, deve oggi combattere su due fronti: uno è quello della piatta cultura egualitaristica e corporativa dei Sindacati, che reagiscono con la solita chiusura ideologica ai temi del merito, del reclutamento, della formazione e della valorizzazione della docenza e che tendono a concepire la scuola esclusivamente come un collocamento per precari, una protesi dell’inclusione sociale, atta a venire incontro alle disfunzioni e inerzie del mercato del lavoro.

Ma l’altro fronte, non meno pernicioso, con cui quello stesso insegnante si trova a combattere ormai da decenni, è quello di una cultura della formazione e dell’educazione tutta declinata in chiave formalistica, utilitaristica e funzionalistica, quasi che la scuola sia una variabile dipendente del mercato del lavoro e non un laboratorio di cittadinanza in cui formare soggetti capaci di capire e interpretare criticamente la realtà.

Questa impostazione, che avanza dalla “riforma Berlinguer”, permea ogni aspetto della vita scolastica imprimendo un sigillo da un lato amministrativo-burocratico e dall’altro neopositivistico alla professione che siamo chiamati a svolgere.

Questo, per me e per molti altri che l’altro giorno abbiamo scioperato – pur nella consapevolezza che la piattaforma sindacale muoveva dal solito rivendicazionismo sulla povertà delle risorse, sui quattro soldi che ci vogliono offrire per il rinnovo contrattuale, sui precari, etc, etc, etc, – significa che noi non rifiutiamo affatto in linea di principio un nuovo reclutamento, una nuova idea di formazione, etc; ma riteniamo che i criteri con cui quel reclutamento e quella formazione vengono pensati non hanno nulla, ma proprio nulla a che spartire con una seria cernita della qualità della docenza.

Non è possibile ritenere che un docente qualificato sia un soggetto capace di districarsi esclusivamente con le competenze digitali e poi astenersi dal verificare se dietro un Power Point c’è il nulla o meno. Non è possibile che quando si parla di corsi di formazione non si senta la necessità MAI di dedicarli all’approfondimento “disciplinare” e all’affinamento della relazione personale con lo studente; ma invece si intoni lo stesso stucchevole peana di sempre sulle magnifiche sorti e progressive di una docenza tutta sagomata sulla digitalizzazione e basta.

Veda Direttore, la mitologia delle tecnologie digitali come surrogato dell’insegnare è una mistificazione ideologica che tende a requisire l’aspetto inevitabilmente soggettivo e interpretativo del ruolo docente; così come la presunta valutazione oggettiva degli studenti, che ci riempie di carte ogni mattina e che non valuta un bel niente. Anch’essa tende solo a costruire gabbie standardizzate per imbrigliare la ineliminabile componente anch’essa soggettiva della valutazione.

Potrei continuare, sulla falsariga di questi esempi, ad elencarle tutta una serie di attività che ci impongono surrettiziamente nelle scuole, millantandole come necessarie – come PCTO – ma che non hanno alcuna – mi creda alcuna!- ricaduta formativa, e che hanno un solo fine: quello di sottrarci tempo alla cura vera degli studenti.

Perché quella cura necessita di una sola preziosa risorsa, il tempo di lavoro vivo in aula e fuori, che ci stanno requisendo in tutti i modi.

Caro Direttore, la solitudine degli insegnanti è questa: il non sentirsi rappresentati affatto dai Sìindacati ideologici e nel contempo sentirsi considerati da Ministero e dalla burocrazia dei ministeri come puri e semplici “facilitatori” che non devono porre questioni culturali ma devono essere funzionali alla macchina.

Pertanto, nella scuola, come Lei avrà capito, si fa un po’ di tutto salvo che insegnare veramente; e chi lo vuole fare deve ingaggiare una battaglia quotidiana contro inerzie burocratiche e nuovismi vacui e pretenziosi, alla fine dei quali esce sfiancato.

Anche per questo alcuni di noi, con tutti i limiti delle parole d’ordine del Sindacato, hanno voluto scioperare l’altro giorno. Per mandare un segnale che è un disperato grido di allarme.

Perchè una scuola ridotta nel modo con cui riforme e riformette l’hanno ridotta, andrà a schiantarsi sugli scogli. E con essa il Paese e chi dalla scuola potrebbe aspettarsi riscatto sociale ed emancipazione culturale.

Gennaro Lubrano Di Diego

RISPOSTA DEL DIRETTORE

Credo sia impossibile non condividere (quasi) tutti i motivi del suo grido di “dolore”.

La scuola negli ultimi decenni è stata sempre collocata in cima agli interessi dei governi che si sono succeduti, salvo ritrovarsi poi in fondo e al centro di riforme taglia risorse. Questo avviene perché viene considerato un comparto non produttivo, come se la cultura possa misurarsi in euro.

La stessa presenza sempre più ingombrante del Pcto (anche nei licei dove le professionalità degli studenti sono ancora tutte da definire), da realizzare su progetti non di rado improvvisati, la dice lunga sulla qualità del progetto formativo.

E che dire dell’anti-valorizzazione dei nostri docenti? Invece di premiare la loro dedizione verso gli studenti, il motivo dominante dell’agire di chi insegna a scuola, si incentivano le attività svolte fuori dall’aula.

La descrizione delle sue difficoltà quotidiane nel condurre la professione comunque più bella del mondo, la dice lunga sugli effetti prodotti da questa politica miope e suicida.

Malgrado tutto, sono però convinto che lei continuerà a svolgere questa professione con entusiasmo. Perchè grazie al cielo c’è un aspetto sul quale la burocrazia e le maldestre e inopportune intromissioni di chi gestisce la scuola non riesce ad arrivare: la forza e l’adrenalina che le continueranno a dare i suoi studenti, ogni volta che entrerà in classe e si siederà davanti a loro.

Alessandro Giuliani