Da studioso e insegnante di Storia ho imparato ad amare eventi e manifestazioni di popolo nei quali migliaia di uomini e donne hanno messo a repentaglio la propria vita in nome dell’umanità, della libertà e di una vita migliore. Budapest ’56, Praga ’68, la Rivoluzione di Velluto sempre nella capitale ceca nell’89. E poi Tienanmen, Bucarest, Lipsia… non sono a priori contrario alle manifestazioni, quando queste mettono in gioco temi vitali. Anzi, le ho sempre amate perché risvegliavano in me lo stesso desiderio di verità e di libertà di cui anche il mio cuore, come il loro, è fatto.
Per questo ho guardato con simpatia le manifestazioni partite nei giorni scorsi contro il caro-vita, la difficoltà abitativa, l’aumento del costo dei carburanti. Problemi davvero seri che mettono in gioco la dignità della vita e la possibilità di vivere nella libertà. E per questo stesso motivo condanno con il massimo sdegno quello a cui abbiamo dovuto assistere nei giorni scorsi. Perché qui non ho visto nulla di serio e di vitale per cui valesse la pena mettere a ferro e fuoco le città pur di farsi ascoltare. Non è infatti realistico pensare che un undicenne o un dodicenne protestassero contro il caro-carburante o per il costo degli affitti. Qui ho visto solo vandalismo che si esprimeva in maniera animalesca colpendo tutto quello che passava sottomano, senza altri fini se non quello di derubare, distruggere e devastare.
Quello che è successo, a partire dalla constatazione dell’età dei colpevoli, mette in rilievo un problema sociale e anche di integrazione che è evidentemente da affrontare e da risolvere, dopo che per decenni è stato nascosto sotto il tappeto in nome dell’accoglienza e dell’inclusività. Tuttavia, non è di questo che vorrei parlare.
Da insegnante, prima ancora che una “questione sociale” vedo in quello che è accaduto un gigantesco, enorme, immenso, problema educativo e culturale. Che un undicenne possa anche solo pensare di raccogliere da terra delle pietre e scagliarle contro un negozio, mi interroga. Mi preoccupa non poco vedere esseri umani senza alcuna profondità di pensiero per poter capire che quello che stanno per fare è una follia. E quindi riuscire a dominarsi e fermarsi prima di farla. Siamo di fronte a dei ragazzini senza il minimo filtro tra l’impulsività e l’azione. E a dire il vero non c’era nemmeno bisogno di fatti estremi e vandalici come quelli a cui abbiamo assistito per accorgersene. Chi lavora a scuola, o comunque con i giovani, si era accorto di questo ben prima. Lo penso, lo faccio. Nessuna profondità, nessuna riflessività, nessun pensiero. Lo diceva già Hannah Arendt in maniera geniale: solo il bene è radicale, cioè si radica nella profondità del pensiero e da lì scaturisce. Il male, invece, è sempre banale. Cioè superficiale, determinato dall’incapacità di andare in profondità, di pensare, di riflettere. Ecco, a me sembra di aver visto in atto esattamente questa verità. E questo è un problema educativo colossale.
Ed è precisamente questo il motivo per cui faccio l’insegnante. Che i miei studenti diventino esperti di Storia o di Filosofia mi interessa il giusto. Avranno il tempo per farlo, se lo vorranno, con l’università. No, quello che mi interessa è che attraverso lo studio fatto bene, con serietà, con costanza, con attenzione, con precisione, con sacrificio anche, i miei studenti imparino a diventare uomini veri, attenti, precisi, scrupolosi, profondi anche nella vita. Queste qualità non sono innate, e non fioriscono senza dover fare nulla perché accada. Si imparano. Si allenano. Si mettono alla prova continuamente, lavorando quotidianamente per allenarle, costruirle, consolidarle. La profondità si impara allenandosi ad andare in profondità. L’attenzione la si acquista. La capacità di pensare con scrupolo la si può conquistare facendo bene e con scrupolo le cose che ci sono da fare. Fino ad accorgersi, un bel giorno, che queste sono fiorite e sono diventate il modo normale con cui si affronta la vita.
Ho scelto insomma di fare l’insegnante (e di farlo in un certo modo, dando e chiedendo serietà) per dare il mio contributo, nel mio piccolo, affinchè i giovani non corrano il rischio di somigliare più a delle pecore che seguono il gregge al pascolo – come purtroppo gli eventi di Milano ci hanno mostrato – per diventare sempre più uomini con la propria indipendenza e la propria profondità di pensiero. Uomini in grado di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso. Perché, nel mondo in cui siamo, c’è un estremo bisogno di persone così. E che siano sempre di più.
Marco Radaelli