Siamo come catapultati in una notte che rischia di non vedere mai l’alba. Si parla di ampliare la capienza delle carceri minorili, di aumentarne l’efficacia, ma non si parla invece di “aumentare” la scuola. Su questo aspetto non si sente mai alcuna riflessione, pensiero o proposta sensata. Non si parla, ancora una volta, di educazione e di istruzione. E’ troppo complesso.
Certo, è ovvio che le violenze vanno necessariamente fermate in modo immediato, ci mancherebbe. E’, o dovrebbe essere, altrettanto ovvio che di fronte a uno tsunami di disagio, povertà educativa/economica ed esclusione ci si dovrebbe fermare, tutti, e porsi qualche domanda. Qualcosa non ha funzionato e non sta funzionando. Il disagio non è solo di quei ragazzi che distruggono e saccheggiano e che ovviamente, è bene ribadirlo, sbagliano ed è giusto che vengano fermati e perseguiti; il disagio appartiene anche ai giovani che l’unica cosa rotta che vedono è il loro futuro, nel paese delle impossibilità.
E provano, giorno dopo giorno, a incollare i cocci del loro avvenire e a ricostruirne una forma sensata. Le prime spese di una paese che ambisca a definirsi civile dovrebbero necessariamente essere rivolte alla sanità, alla sicurezza e all’istruzione. Questi sono i pilastri senza i quali tutto viene meno. Senza di essi crolla la struttura, e lo stiamo vivendo in prima persona.
Il disagio è anche quello di una scuola lontana, impolverata e dimenticata.
L’educazione e l’istruzione rappresentano l’unica cura possibile.
La scuola cerca sempre di essere un po’ meglio della società in cui prende vita, proprio perché ha obiettivi educativi. Proprio perché guarda al potenziale, al divenire e alla trasformazione (un percorso educativo, qualsiasi esso sia, mira a portare trasformazione, cambiamento). E allora, perché non se ne coglie il valore? Perchè dall’alto non si cerca di investire, economicamente ma anche intellettualmente, sulla scuola e sul cambiamento? Perchè non si pensa seriamente a come trasformare il disagio? La repressione non è una soluzione, ma una necessità momentanea.
Ma guardando un po’più in là: il problema qual è? Perchè c’è? Cosa non funziona? Queste domande dovrebbero guidare la politica (tutta, non solo chi governa) e fungere da faro in questo inquietante buio educativo. Se non si rimette realmente al centro della società e del divenire sociale l’educazione (in tutte le sue forme e declinazioni, dagli asili nido alle università, dai centri di aggregazione a quelli culturali, dalle biblioteche alle ludoteche, ecc.), temo che questa notte di disagio sia destinata a durare.
Luca Ferrari