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Aggiornato il 28.11.2025
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Il lavoro rende liberi, ma può far rimanere poveri. Svimez: esposto chi sta al Sud, ha bassi salari ed è precario. Come a scuola

I numeri dello Svimez sembrano dare piena ragione a Maurizio Landini, leader della Cgil: non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà. Il rapporto annuale, pubblicato il 27 novembre dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ci ha detto che in Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. E tra il 2023 e il 2024 il loro numero è aumentato: +120mila in Italia, +60mila al Sud.

Inoltre, dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro -8,2% nel Centro-Nord: inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti accentuano il divario.

Nel 2024 le famiglie povere sono cresciute nel Mezzogiorno dal 10,2% al 10,5%: i motivi principali risiedono nei bassi salari, nei contratti temporanei, nell’alto numero di part-time involontario e nelle famiglie con pochi percettori che ampliano la vulnerabilità.

La situazione è seria, tanto che lo Svimez stesso chiede pubblicamente che “la povertà lavorativa torni nell’agenda politica”.

Qualche giorno fa, Maurizio Landini aveva detto,  a San Benedetto del Tronto, che “la gente a fine mese non ci arriva. Siamo in una situazione in cui i salari non stanno permettendo di vivere, anzi, si è poveri lavorando e stanno aumentando le diseguaglianze nel nostro paese”.

Per i lavoratori della scuola stipendi bassi

Tra le professioni meno pagate, c’è proprio quella del lavoratore della scuola: pochi giorni fa l’Inps, riferendosi ai compensi del 2024, ha fatto sapere che gli stipendi di oltre un milione di lavoratori della scuola (in larghissima parte composti da docenti e personale Ata) a tempo indeterminato (meglio evitare i precari perché farebbero “sballare” il banco) si collocano in media appena a 30.767 euro lordi annui (quindi circa 9mila euro in meno l’anno della media della PA).

Parliamo di somme che nella busta paga di fine mese a fatica superano in media 1.700 euro netti al mesementre chi è precario o risulta immesso in ruolo da poco si è attesta, purtroppo per i primi otto anni, a cifre che si aggirano sui 1.500 euro netti tra i docenti e tra i 1.200 e i 1.300 euro netti tra il personale Ata.

A complicare le cose c’è poi il dato sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che in Italia rimane tra i più bassi d’Europa: nonostante i segnali positivi registrati tra il 2021 e il 2024, ancora oggi le donne studiano di più, si laureano prima e con voti più alti, ma poi lavorano di meno e con salari più bassi: il 31% delle 25-34enni donne con titolo terziario rispetto al 21% uomini.

Inoltre, aggiunge lo Svimez, in tasso di occupazione, quello femminile, pur in crescita è ancora lontano dagli standard europei e presenta forti divari tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Nel rapporto si evidenzia come la condizione familiare incida profondamente sulla partecipazione femminile al lavoro. Nel 2024, ad esempio, le donne senza figli registrano i tassi di occupazione più elevati (63,6% a livello nazionale), con forti divari territoriali tra Nord (71%) e Mezzogiorno (45,8%).

Tra le madri, le differenze si accentuano: nel Sud l’occupazione delle donne con uno o due figli è molto bassa (41,8% e 43,6%), mentre crolla al 30,8% per chi ha tre o più figli, segno del peso crescente del lavoro di cura in contesti poveri di servizi. Il confronto europeo mostra un gap ancora più ampio.

E non è così ovunque: l’Unione europea, evidenzia ancora lo Svimez, mantiene tassi elevati anche tra le madri, con differenze minime rispetto alle donne senza figli, e nei paesi nordici l’occupazione femminile resta molto alta grazie a un welfare più solido.

I commenti dei politici

“Oggi – ha commentato ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein – il rapporto Svimez chiarisce che il potere d’acquisto dei salari degli italiani è sceso di 10 punti dal 2021, specialmente al sud, meno al nord 8,2. In altri paesi quello che ha aiutato le famiglie a reggere il peso dell’inflazione e il caro bollette è stato il salario minimo che qui ancora dobbiamo approvare, perché la destra continua a bloccare la nostra iniziativa, quella delle opposizioni, che porteremo avanti”.

“La crescita dei lavoratori poveri e l’inarrestabile migrazione giovanile dal Meridione non possono non interrogare classe politica e istituzioni. Siamo davanti a un grido di allarme”, ha scritto sui social Roberto Fico, presidente eletto della Regione Campania.    “Un fenomeno che mi preoccupa è quello della fuga dei giovani. Ne ho parlato tanto durante la campagna elettorale, e lo ribadisco. I giovani saranno al centro delle politiche e dell’azione della Regione Campania”.

“È inevitabile, parliamo del nostro futuro – ha continuato l’ex presidente della Camera. Chi parte deve poterlo fare non perché costretto da una mancanza di opportunità, ma per una scelta e per il desiderio di accumulare esperienze altrove”.

“Dal Rapporto Svimez, presentato questa mattina, emergono dati inequivocabili – ha dichiarato Marco Sarracino, responsabile Coesione territoriale, Sud e aree interne nella segreteria nazionale del PD – l’autonomia differenziata voluta dal Governo Meloni, con le pre-intese firmate solo da pochi giorni, aumenta i divari territoriali e rischia di frenare la crescita del Mezzogiorno, oggi sostenuta soprattutto dai progetti del PNRR portati avanti dagli enti locali. A questo quadro si aggiunge la fuga di tanti giovani, ormai una vera emergenza nazionale: a una generazione intera vengono negati diritti e opportunità, costringendola a lasciare le proprie comunità non per scelta, ma per necessità. Le cause sono chiare: salari troppo bassi, difficoltà ad accedere ai servizi essenziali, scarse prospettive di crescita”.

Inoltre, “nel Sud il lavoro povero aumenta, mentre la destra continua a negare l’introduzione del salario minimo. I divari tra aree metropolitane e aree interne si ampliano, ma anche in questa Legge di bilancio la maggioranza ha respinto tutte le nostre proposte volte a rafforzare sanità pubblica, scuola e infrastrutture”.

Di diverso avviso si è detto, invece, Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera dei deputati: “Dopo decenni di rapporti Svimez devastanti, finalmente si cominciano a vedere progressi importanti nel Mezzogiorno. La Questione Meridionale che anima il dibattito pubblico, politico, accademico e sociale da oltre 150 anni, e in particolare dal secondo dopoguerra in poi, mostrando una vertigine senza fine di indicatori negativi, oggi presenta segni di inversione: l’aumento importante dell’occupazione, l’incremento dei servizi alle famiglie, la progressione dello sviluppo grazie all’avvio di opere infrastrutturali, tutti elementi positivi che non si registravano da tempi immemori. Restano criticità, come l’emigrazione giovanile e la differenza salariale rispetto ad altre aree dell’Italia, ma l’ottimismo della concretezza deve prevalere”.

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