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Il mito dell’indipendenza individuale

Quali sono i miti su cui poggia la società occidentale? La centralità della ricerca, l’evoluzione tecnologica, la libertà come assoluto, il culto del divertimento e della leggerezza… Ce n’è uno, però, che mi sembra avere un valore prevalente rispetto agli altri: quello dell’indipendenza individuale.

Tuttavia, ogni giorno, milioni di persone, a causa della decadenza senile, vedono vanificarsi il bene prezioso dell’indipendenza. Basta un ictus invalidante, una caduta rovinosa, una serie di umilianti episodi di amnesia… ed è fatta. Si diventa, d’un tratto, i possibili ospiti di un centro per anziani. Intendiamoci: non ho nulla contro queste provvidenziali istituzioni. Ma, lì dentro, l’indipendenza individuale va a finire in coriandoli. Questi centri appartengono, infatti, a quel tipo di realtà che in sociologia sono definite “istituzioni totali”, perché si presentano come ambito chiuso ed isolato, caratterizzato da un’organizzazione fortemente strutturata che si fa carico integrale di tutta la persona.

“La modernizzazione – scrive Atul Gawande – non ha declassato gli anziani. Ha declassato la famiglia. Ha permesso alla popolazione, giovane e vecchia, uno stile di vita connotato da maggior autonomia e maggior libertà, compresa quella di essere meno attenti alle altre generazioni. Può darsi che la venerazione per la vecchiaia non ci sia più, ma non perché sia stata rimpiazzata da quella per la gioventù. A prenderne il posto è stata la venerazione per l’indipendenza individuale. Ma il nostro sacro rispetto per l’indipendenza personale non tiene conto della realtà di ciò che succede. Prima o poi l’indipendenza diventa impossibile. Infermità o malattie gravi irromperanno sulla scena. È inevitabile, come il tramonto del sole. E sorge quindi una nuova domanda. Se l’indipendenza è ciò per cui viviamo, che cosa ci resta da fare quando la perdiamo?”.

Oggi ci troviamo di fronte a una cultura che, essendo povera di umanità, tende ad eludere temi problematici come quelli della sofferenza, della vecchiaia, della morte. Ne deriva che l’anziano può trovarsi, nel giro di poche ore, di fronte a un cambiamento traumatico delle abitudini senza esserne preparato. Esistono vie di fuga da questo tipo di soluzione? Certamente. Anche in Italia, sempre più i centri per anziani vengono istituiti all’interno dei paesi e dei quartieri dove si è vissuti, in modo che lo stile di vita delle persone possa essere lo stesso di prima. All’estero, prevale la soluzione dei villaggi riservati agli anziani. Ma è una segregazione innaturale.

Chiediamoci: c’è un metodo per affrontare in modo dignitoso il declino dell’età senile? A mio parere sì. Occorre reinventare l’idea di vecchiaia, concepirla come il tempo della “cura di sé”, della ristrutturazione della mente, della vita fine a se stessa. Ma come?

Primo. Accettando la realtà dell’invecchiamento. Occorre dire a se stessi, con pacatezza e serenità: “È vero, sto invecchiando. Ma la mia stagione, generalmente intesa come fase di decadenza, può trasformarsi in un momento significativo, carico di nuova creatività. A patto che non la paragoni alle età precedenti. Devo accettare la mia età come stagione autonoma ed originale e viverla intensamente, giorno per giorno”. “Sono pronto a partire – affermava Seneca – ma continuerò a godere della vita”.

Secondo. Continuare ad essere quello che si è. Bisogna convincersi che si invecchia nel momento in cui si decide di modificare la propria identità: “Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni, si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale” (Mac Arthur).

Terzo. Decidendo di continuare a vivere. Occorre mantenere l’efficienza fisica e mentale, lottare contro l’inerzia e la pesantezza senile, coltivare interessi e relazioni di vario genere, utilizzare in modo programmato il tempo libero, coinvolgersi nelle attività sociali… E soprattutto, evitare di “restituire i ruoli” ma continuare a spendersi per i valori che hanno dato senso a tutto l’arco della nostra vita.

Chi continua a pensare e ad agire non invecchia. Chi vive ogni momento secondo ciò che ha appreso a compiere nella giovinezza, quello cioè che meglio riflette il nostro strato profondo, rimane se stesso sino alla fine. Mi guardo allo specchio e ho la tentazione di volgere altrove lo sguardo, disgustato. No. Continua a guardarti. È proprio questa diagnosi negativa che rivela a te stesso la forza, la potenza vincente della tua mente, la continuità della tua coscienza.

“L’uomo, per capire chi è, ha bisogno d’invecchiare” (James Hillman).

Luciano Verdone

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