Sul tema del tetto del 30% parliamo con Giovanni Fioravanti, giù insegnante, dirigenete scolastico,una lunga esperienza sindacale. Da anni si occupa dei problemi della organizzazione scolastica anche nelle sue attività come formatore.
Professor Fioravanti, già nel suo libro “La cultura della scuola. Facciamo un patto”, pubblicato nel 2023 da Armando Editore, lei proponeva un cambiamento radicale dell’organizzazione scolastica. Da dove nasce questa proposta?
Nel libro propongo di superare l’organizzazione scolastica per classi anagrafiche e di passare, sulla base di patti formativi tra scuola, famiglia e studente, a percorsi formativi individualizzati e a un’organizzazione per laboratori disciplinari.
Il punto di partenza è semplice: oggi, al momento dell’iscrizione, uno studente viene assegnato a una classe sulla base dell’età anagrafica. All’interno della stessa classe possono però trovarsi ragazze e ragazzi con livelli di competenza estremamente differenti.
Io penso invece a una scuola organizzata attraverso percorsi formativi singolarizzati, con laboratori disciplinari frequentati in funzione del percorso scelto.
Che cosa cambierebbe concretamente?
Cambierebbe la logica stessa con cui guardiamo agli studenti. Non ci chiederemmo più soltanto a quale classe appartiene un ragazzo, ma quali competenze possiede e di quali esperienze formative ha bisogno per portare a compimento il proprio percorso di apprendimento.
Il cambiamento, quindi, sarebbe profondo: si passa dalla classe anagrafica al profilo di competenze.
Uno studente potrebbe frequentare matematica al livello corrispondente alle sue competenze, italiano scritto a un livello diverso, italiano L2 in un laboratorio specifico, inglese a un livello più avanzato, scienze insieme a studenti di età diverse e un laboratorio artistico o tecnologico corrispondente ai propri interessi e alle proprie capacità.
In questo modello cambia anche il modo di affrontare il problema degli studenti non di lingua italiana?
Certamente. E cambia proprio la domanda che ci poniamo.
Se la scuola fosse organizzata per percorsi formativi singolarizzati, il problema del tetto agli alunni non di lingua italiana per classe muterebbe completamente natura. Verrebbe infatti meno l’unità organizzativa sulla quale calcolare la percentuale: la classe anagrafica stabile.
La questione non sarebbe più quanti alunni non italofoni ci sono in una determinata classe, ma quali competenze possiede ciascun alunno e di quali esperienze formative ha bisogno.
La variabile decisiva non sarebbe più la cittadinanza, ma il patto formativo concordato con la scuola.
Può fare un esempio concreto?
Pensiamo a un ragazzo di 13 anni arrivato dall’Ucraina o dall’India, con ottime competenze matematiche ma con una conoscenza ancora limitata dell’italiano.
Oggi la scuola rischia di definirlo genericamente come “alunno straniero con difficoltà”. Nel modello laboratoriale, invece, potremmo avere un profilo molto più preciso: matematica avanzata, scienze intermedio-avanzato, italiano comunicativo A2, italiano per lo studio A1/A2, inglese B1.
Non avrebbe quindi alcun senso collocarlo globalmente in un livello inferiore.
Potrebbe frequentare un laboratorio intensivo di italiano, ma contemporaneamente partecipare alle attività di matematica e scienze con compagni molto competenti.
Questo aiuterebbe anche a evitare di confondere difficoltà linguistiche e difficoltà cognitive?
È uno dei vantaggi più importanti. Uno dei rischi dell’attuale organizzazione è proprio quello di confondere una difficoltà linguistica con una difficoltà cognitiva.
Se un ragazzo non comprende ancora l’italiano utilizzato nelle lezioni, questo non significa che abbia difficoltà nell’apprendere matematica, scienze o altre discipline.
Il suo percorso dovrebbe permettergli di sviluppare la lingua senza essere contemporaneamente penalizzato nelle discipline nelle quali possiede competenze elevate.
In una scuola organizzata in questo modo, che senso avrebbe allora il tetto del 30 per cento?
Il tetto del 30 per cento perderebbe gran parte del suo significato.
Immaginiamo una scuola di 600 studenti nella quale vi siano 200 studenti con cittadinanza non italiana. Nel sistema attuale nasce immediatamente il problema della loro distribuzione sulla base del numero delle classi.
In un sistema laboratoriale, invece, sarebbe un problema secondario.
Alle 9.00 potremmo avere 18 studenti nel laboratorio di matematica avanzata, 14 nel laboratorio di alfabetizzazione italiana, 22 nel laboratorio di scienze, 16 nel laboratorio di scrittura e 20 nel laboratorio di inglese.Alle 10.00 le combinazioni potrebbero essere completamente diverse, perché non esisterebbe più una popolazione fissa della “classe”.
Quindi potrebbe anche esserci un laboratorio con una percentuale molto alta di studenti di origine non italiana?
Certamente. Potrebbe accadere che un laboratorio abbia il 60 per cento di studenti di origine non italiana senza che questo rappresenti necessariamente un problema.
Un laboratorio di italiano L2 di livello A1 avrebbe comprensibilmente una percentuale molto alta di studenti recentemente immigrati. Viceversa, un laboratorio di tecnologia potrebbe avere il 10, il 30 o il 70 per cento di studenti non di lingua italiana e quella percentuale sarebbe pedagogicamente quasi irrilevante.
La domanda veramente importante sarebbe un’altra: il gruppo è funzionale all’apprendimento che deve realizzare?
Questa è una domanda pedagogicamente molto più significativa.
Lei parla di “singolarizzazione. Che cosa intende esattamente?
Intendo la costruzione di una sorta di “mappa dinamica dell’apprendimento”.Il percorso formativo diventerebbe realmente individuale. Non avremmo più studenti italiani e studenti che italiani non sono, ma studenti con differenti profili di competenza.
La vera singolarizzazione consiste nel progettare il percorso sulla base di ciò che ciascuno sa fare, di ciò che deve imparare e delle esperienze formative di cui ha bisogno.
Questo potrebbe modificare anche il modo di affrontare l’apprendimento dell’italiano da parte degli studenti immigrati?
In modo significativo.
Oggi può succedere che un ragazzo appena arrivato venga inserito per quasi tutto il tempo in una classe nella quale comprende molto poco di ciò che viene detto. Formalmente è “incluso”, ma dal punto di vista dell’apprendimento può essere largamente escluso.
Nel sistema laboratoriale potrebbe invece avere, per alcuni mesi, otto o dieci ore settimanali di italiano intensivo L2, insieme alla frequenza di matematica, educazione motoria, arte, musica, tecnologia e, progressivamente, delle altre discipline.
Quando raggiunge A2 o B1, le ore di italiano intensivo potrebbero diminuire e aumentare quelle disciplinari. La transizione sarebbe graduale.
Quindi integrare non significa necessariamente mettere tutti gli studenti nello stesso luogo per tutto il tempo?
Esattamente. Integrare non significa fare stare tutti nello stesso luogo per tutto il tempo. Significa permettere a ciascuno di acquisire gli strumenti che gli consentono di partecipare realmente.
Questo è un punto fondamentale. L’inclusione non può essere soltanto una collocazione fisica.
Da questa prospettiva cambia anche il modo in cui la scuola dovrebbe guardare alle differenze tra gli studenti?
Sì. Il problema vero che abbiamo davanti non è il numero dei figli di famiglie immigrate che frequentano le nostre scuole, ma la complessità educativa che riguarda tutti, immigrati e non.
Questa complessità la scuola, così com’è organizzata oggi, spesso non è in grado di affrontarla.
Non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente scaricandolo sulle spalle degli insegnanti, inventando circolari e decreti legge, meno che mai dando i numeri.
Quindi il problema non è soltanto quello dell’immigrazione, ma quello della complessità educativa della scuola contemporanea?
Esattamente. La questione degli studenti immigrati rende particolarmente evidente un problema che riguarda l’intero sistema.
La scuola dovrebbe interrogarsi su come ciascuno può apprendere meglio. Questa, dal punto di vista pedagogico, è la trasformazione concettuale più importante: *passare dalla gestione delle categorie di studenti alla progettazione delle condizioni dell’apprendimento*.
E quale dovrebbe essere, in questo quadro, il compito dello Stato?
Il compito dello Stato non è tradurre i problemi in percentuali, ma fornire alle scuole risorse, strumenti, spazi e docenti qualificati.
Se una scuola deve affrontare una crescente complessità educativa, non possiamo limitarci a stabilire come distribuire gli studenti. Dobbiamo metterla nelle condizioni di lavorare.
Servono risorse, strumenti, spazi adeguati e personale qualificato.
Quindi la sua critica al tetto del 30 per cento non significa necessariamente negare il problema che il provvedimento cerca di affrontare?
No. Il problema esiste e va affrontato. Ma bisogna chiedersi se la risposta più significativa sia quella di stabilire una percentuale oppure quella di ripensare l’organizzazione della scuola.
Se continuiamo a ragionare attraverso categorie fisse, rischiamo di affrontare il problema soltanto dal punto di vista amministrativo.
Se invece partiamo dal profilo di competenze di ogni studente, possiamo costruire percorsi più coerenti con i suoi bisogni reali.
In definitiva, quale sarebbe la trasformazione più importante che lei propone?
Passare dalla gestione delle categorie alla progettazione delle condizioni dell’apprendimento.
Non avremmo più “studenti italiani” e “studenti stranieri” come categorie attraverso cui organizzare la scuola, ma studenti con differenti profili di competenza e differenti bisogni formativi.
Il compito della scuola dovrebbe essere quello di capire come ciascuno può apprendere meglio.
È questa, a mio avviso, la vera trasformazione: *dalla classe anagrafica al profilo di competenze, dalla gestione delle categorie alla singolarizzazione dei percorsi di apprendimento*.
E se lo Stato non è in grado di mettere le scuole nelle condizioni di affrontare questa complessità, allora il problema non si risolve con una percentuale. Servono risorse, strumenti, spazi e docenti qualificati. Diversamente, significa che la politica ha fallito nel proprio compito.