Quanti docenti con il “fuoco” dell’insegnamento rimangono senza cattedra e quante persone invece insegnano considerando quello dell’insegnante un lavoro di ripiego? Questa è la domanda che si è fatta Angelica Lo Porto, una docente precaria, 28enne, di Livorno, per cui il mestiere dell’insegnante è il proprio posto nel mondo.
Purtroppo quest’anno, dopo un anno di esperienza come insegnante alla paritaria e uno, quello passato, come docente di sostegno, la giovane donna si ritrova senza cattedra. Dalla delusione la 28enne ha fatto una riflessione sul sistema di reclutamento, rivolgendo un appello al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
“Chi Le scrive è un’insegnante che non insegna. E non insegna, non perché non sia preparata o formata a sufficienza, ma perché, seppur il ministero che Lei rappresenta lo porti nel nome, il merito in Italia è decisamente perduto.
Ho 28 anni ma sono un’insegnante da quando sono nata, da che ho memoria. Ho studiato con tanti sacrifici, da parte dei miei genitori e da parte mia, che studiavo nei ritagli di tempo tra un lavoro e un altro.
Cinquemila euro, più o meno, per abilitarmi. Il sostegno non è mai stato un piano B, ma un piano A al pari della materia che tanto amo. Anche se all’inizio pensavo che con matematica avrei avuto più opportunità di lasciare il segno, mi impegnerò presto nella specializzazione sul sostegno.
Mi dispiace che molti vedano il sostegno come una seconda scelta di cui accontentarsi come salvagente in questo oceano di precariato. Lo sa che l’espressione più usata in questo ambito, quando non c’è più speranza di insegnare la propria materia, è quella di ‘buttarsi’ sul sostegno? Come se fosse un tipo di insegnamento di seconda categoria, da provare quasi per gioco o per sfinimento.
Che messaggio diamo ai nostri alunni e alle nostre alunne?
Mi sacrificherò ancora per l’ennesimo attestato, ma sono convinta di una cosa: la passione non si compra con le rate universitarie, e la miglior insegnante resta l’esperienza. Ma come posso far esperienza se ogni anno c’è qualcuno che mi sorpassa da destra in graduatoria?
Io non ho soldi e non ho coraggio.
Non ho coraggio di lasciare la mia città dopo tutti i sacrifici.
Non ho coraggio di separarmi per anni da mio marito perché ci tengo alla famiglia.
E si parla di famiglia ma noi donne, che dovremmo fare i figli, non siamo tutelate.
Ci vogliono madri di famiglia ma nessuno ci mette in condizione di esserlo serenamente.
Vede, caro Ministro, l’anno scorso ho insegnato sul sostegno e gli alunni che ho incontrato mi hanno ripagata di tutti i sacrifici. Se potessi vivere di sole soddisfazioni, sarei la più ricca del mondo. E la scuola oggi ha perso una persona innamorata che ci mette tutta sé stessa, sempre. Io, oggi, sono disoccupata, ma le assicuro che sono ancora un’insegnante”.
Ai nostri microfoni la docente ci ha raccontato la sua esperienza: “Ho insegnato per un anno in una scuola paritaria. Successivamente ho conseguito i 24 CFU e, quando è stata introdotta la riforma dei 60 CFU, ho impiegato i miei risparmi per iscrivermi al percorso abilitante a Roma. Nonostante i grandi sacrifici personali ed economici, ho ottenuto l’abilitazione e l’inserimento in prima fascia”.
“A settembre dello scorso anno sono stata chiamata a coprire un posto di sostegno. Nonostante l’apprensione iniziale dovuta alla mancanza di precedente esperienza specifica sul campo, si è trattato di un’esperienza straordinaria. Per la prima volta mi sono sentita esattamente al posto giusto, riscontrando un’ottima sintonia con colleghi e studenti”.
L‘insegnante ha poi fatto alcune critiche in merito al reclutamento: le prime riguardano anche solo ciò che si conosce della scuola una volta diplomati. “Su questi aspetti non c’è un’informazione chiara e trasparente per gli studenti”, anche solo per quanto in merito alle classi di concorso in cui inserirsi.
Ma il vero problema, secondo la docente, è un’altro: “La scuola viene spesso considerata un ripiego. Attualmente, da qualsiasi facoltà si può arrivare a insegnare, ma la scuola non può e non deve essere una scelta di riserva. Chi ci rimette sono innanzitutto gli studenti e le persone davvero appassionate, che trovano le classi di concorso sature di chi ha cambiato idea dopo aver tentato altre strade. L’insegnamento viene percepito come una via facile, pur comportando responsabilità enormi”.
“A mio parere, dovrebbe esistere una facoltà universitaria specifica per chi vuole insegnare: un percorso in cui tutti affrontino dapprima la formazione pedagogica, psicologica e umana indispensabile per comunicare con gli studenti, e solo successivamente si specializzino nella materia di insegnamento. Essere docenti preparatissimi sulle nozioni non garantisce di saper trasmettere i contenuti o di sapersi relazionare a livello umano”.
“Attualmente si arriva all’insegnamento da ogni percorso, senza un ordine prestabilito, e il settore del sostegno è quello in cui spesso si convoglia chiunque pur di coprire il forte fabbisogno. Il ruolo dell’insegnante di sostegno è fondamentale ed è cambiato molto negli anni: non si limita a seguire un singolo alunno, ma sostiene l’intera classe nei rapporti umani, rappresentando una delle responsabilità più belle per un docente. Tuttavia, se si permette a chi usa il sostegno solo come escamotage per entrare nel sistema di assumere questo ruolo senza avere i mezzi o la vocazione adeguata, si provocano danni gravissimi a studenti fragili. È necessario un profondo ripensamento del sistema a partire dalle scuole superiori e dall’università”.
“Se esistesse un corso universitario dedicato, l’insegnamento non sarebbe più un ripiego, ma una scelta consapevole intrapresa a diciotto o diciannove anni. Come per la facoltà di Medicina, per insegnare occorre una vocazione. I percorsi da 60 CFU, pur presentando alcuni elementi utili, si sono rivelati principalmente uno strumento per far spendere soldi agli aspiranti docenti, trasformando l’insegnamento in una professione elitaria accessibile a chi può permettersi tali costi. La professione del docente è fortemente sottovalutata dalla società, che la riduce a poche ore di lavoro e a lunghi periodi di vacanza. In realtà, gestire classi di adolescenti per diciotto ore settimanali richiede un’enorme dedizione. Un docente privo di attitudine e vocazione rischia di umiliare gli studenti e comprometterne il percorso formativo e personale”.