Sotto un diluvio di provvedimenti, “riforme”, esternazioni e pareri, la Scuola è cambiata fino ad essere irriconoscibile. Cosa di per sé non grave, se fosse cambiata in meglio: ossia se fosse stata messa in grado di fornire un’istruzione più efficace, d’alto livello per tutti, rigorosa e foriera di progresso, dal’Alto Adige a Lampedusa, dalla Puglia al Piemonte. Anziché lavorare per questo, invece, schiere di sedicenti “esperti” son riusciti in pochi decenni a stravolgere l’idea stessa di istruzione, peggiorandone i risultati. Il livello culturale medio del Paese lo dimostra in modo constatabile da chiunque.
Cos’è l’istruzione? La parola deriva dal latino in-strùere, letteralmente “costruire sopra”, o “costruire dentro”. Sulla base dell’educazione impartita (si presume e si spera) dalla famiglia d’origine del fanciullo, si costruiscono conoscenze e saperi teorico-pratici, dai quali scaturirà un’educazione ulteriore, volta a tirar fuori (e-dùcere) talenti, inclinazioni, capacità individuali. Senza istruzione, infatti, nessuna “competenza” potrà svilupparsi, checché se ne dica o se ne fantastichi.
Il patrimonio delle conoscenze umane è un insieme armonico e organicamente unitario. Approfondendo le conoscenze, l’umanità ha saputo organizzare e strutturare questo unitario sapere in insegnamenti plurali e multiformi. In questo modo si è imparato a comprendere e descrivere la realtà nei suoi diversi aspetti particolari. Ogni disciplina è connessa con tutte le altre, e concorre a completare il quadro generale di una realtà estremamente complessa.
Che significa dunque istruire? Non certo manipolare chi impara, né indottrinarlo, né formarlo ad un mestiere. Significa invece rendere l’allievo capace di strutturare autonomamente il proprio pensiero sulla base delle conoscenze acquisite. Alla fine del percorso, egli avrà imparato a esaminare autonomamente il mondo esterno e quello interiore, comprendendoli sempre più in profondità.
Da almeno 25 secoli l’umanità progredisce grazie a tale consapevolezza. Centrale è sempre stato il docente: adulto autorevole grazie a preparazione culturale e capacità di offrirla, a vantaggio dei propri discenti. Togliere ai ragazzi il docente autorevole, per trasformarlo in “animatore” o “facilitatore”, o peggio ancora “operatore” per la “formazione” di alunni/“utenti”/clienti — che, in quanto clienti, abbiano sempre ragione — è eversivo e realmente antidemocratico: scardina la Scuola (pubblica) dal suo ruolo di istituzione, finalizzata a eliminare le diseguaglianze culturali, che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla democrazia.
Poco comprensibile è anche l’infliggere alle scuole il compito di censire gli studenti palestinesi iscritti nell’anno scolastico in corso, come richiesto l’8 gennaio da una nota del MIM (attraverso gli Uffici Scolastici Regionali), ufficialmente per accogliere e integrare i palestinesi stessi. Non solo perché tale richiesta potrebbe sembrare una schedatura su base etnica: come lo stesso ministero ricorda, anche nel 2022 il governo Draghi censì i 36.000 studenti ucraini inseriti nella Scuola italiana. Semmai la richiesta appare incongrua perché il compito dell’Amministrazione sarebbe facilitare per tutti (italiani e non) l’itinerario scolastico: ad esempio non permettendo la formazione di classi con più di 25 alunni; finanziando la sicurezza degli edifici e la loro messa a norma; pagando meglio — ossia in modo dignitoso, secondo criteri europei anziché africani (con tutto il rispetto per chi insegna in Africa) — il personale scolastico tutto.
L’istruzione — come le nozze — non si può fare per quattro decenni con i fichi secchi, fingendo di integrare gli stranieri mediante qualche fico secco in più.
Al contrario, continuiamo ad assistere a tagli draconiani — dovuti a PNRR e leggi di stabilità — ingiunti ad alcune regioni tramite gestione commissariale governativa.
Non è gradito che i docenti, ridotti a figure comprimarie, contino, abbiano un ordine professionale, né opinioni personali, né una propria libertà d’impostazione didattica. Lo dimostra la nuova iniziativa del gruppo di estrema destra Azione Studentesca, non lontano all’area politica del principale partito di governo: la proposta agli studenti di indicare gli insegnanti “di sinistra” — che per un neofascista sono tutti i non fascisti — colpevoli di “propaganda”.
La cattedra non dev’essere, ovviamente, la tribuna da cui propagandare idee politiche, quali che esse siano. Tuttavia un’iniziativa del genere implicitamente suggerisce una chiave d’interpretazione della realtà scolastica volta ad insinuare che quasi tutti i docenti siano agitatori popolari scatenati, anziché professionisti dell’istruzione: col risultato di intimorirli e spingerli — tutti, in questo caso — all’autocensura.
Cosa ha a che fare tutto ciò con l’istruzione, la Scuola, la libertà d’insegnamento e il pluralismo delle idee? Senza pluralismo e libertà di espressione nessuna istruzione effettiva è possibile, perché chiunque studi la realtà deve sentirsi libero di osservarla in tutti i suoi aspetti e da tutti i punti di vista possibili e immaginabili. Il progresso umano è sempre scaturito dalla libertà, e solo dalla libertà può scaturire.
Solo docenti sereni e autenticamente liberi possono educare ad apprendere e a conoscere in libertà: come diceva Jean Jaurès, si insegna ciò che si è, non ciò che si sa o si crede di sapere.
La passione e l’integrità morale del docente devono pertanto essere (e sentirsi) libere di esprimersi e di prendersi cura dell’altro, nei modi ritenuti opportuni e giusti; anche se questa libertà dà fastidio a chi non sia in grado di capirla.