Con Cinzia Mion, già insegnante di scuola elementare, direttrice didattica e poi dirigente scolastica, esperta e studiosa dei problemi di psicologia dell’apprendimento, parliamo di un tema quanto mai attuale che ritorna anche nelle recenti Indicazioni nazionali per il primo ciclo.
Professoressa Mion, partiamo dall’inizio: per anni la scuola ha puntato molto sulle motivazioni “estrinseche”, come voti e competizione. Ma questo modello ha ancora un senso?
Direi proprio di no, perché sta cambiando proprio l’idea di fondo dell’apprendimento.
Con il superamento del neo-comportamentismo – che si basava su premi, voti, competizione e restituzione meccanica dei contenuti – si è affermata la psicologia cognitiva, soprattutto grazie a Bruner. Non contano più solo i “prodotti” finali, ma i processi mentali: come pensiamo, come risolviamo problemi, come comprendiamo testi, come scopriamo le cose, come impariamo a studiare e a riflettere su come studiamo.
E quindi qual è oggi la vera “molla” dell’apprendimento?
La motivazione intrinseca. Cioè quella spinta interna che nasce dal piacere stesso di imparare. Non studio per il voto, per il premio o per paura della punizione, ma perché sento un bisogno profondo di capire, di diventare competente, di essere autonomo. È uno stato quasi di “grazia”, che può appartenere sia al bambino sia all’adulto.
Ma queste motivazioni da dove nascono?
Sono innate. Fanno parte dello sviluppo umano, sia individuale (ontogenetico) sia della specie (filogenetico). Parliamo soprattutto di tre grandi spinte:
Sono motivazioni autogratificanti: ti danno soddisfazione già nel momento in cui le vivi.
Ci fa qualche esempio concreto?
Certo! Il bambino piccolo lo vedi subito: lascia cadere gli oggetti dal seggiolone per vedere se fanno tutti la stessa “fine verticale”. Poi arrivano i famosi “perché… perché… perché…”, fino allo sfinimento dell’adulto. E il desiderio di competenza lo senti chiaramente quando dice: “Da solo!”. Voglio mangiare da solo, vestirmi da solo, camminare da solo. È una spinta potentissima.
E dal punto di vista dell’evoluzione dell’uomo?
È la stessa cosa. Se l’essere umano non fosse stato dotato fin dall’inizio di curiosità e desiderio di competenza, non avrebbe mai potuto conoscere il mondo, padroneggiarlo, difendersi e quindi sopravvivere. Sono spinte vitali.
Arriviamo alla scuola: come si attivano queste motivazioni in classe?
Sicuramente non con la semplice “trasmissione” delle conoscenze. Il docente deve preparare il terreno. Un nuovo argomento va introdotto creando una situazione problematica, collegandolo a ciò che gli studenti già sanno. Poi serve la discussione, il confronto, il dubbio, la discrepanza, quello che io chiamo un vero e proprio “inciampo cognitivo”. È lì che nasce la curiosità.
Cosa intende per “inciampo cognitivo”?
Una situazione che ti mette in crisi positiva: qualcosa che non torna, che non quadra, che ti spinge a farti domande. È quello che Bruner chiamava “andare oltre l’informazione data”. In pratica: collegare eventi, ipotizzare cause, formulare spiegazioni, costruire ipotesi. Non perché qualcuno te lo spiega, ma perché la tua mente si attiva.
E questo si può fare anche con i bambini piccoli?
Assolutamente sì. Le Indicazioni lo dicono chiaramente: già dalla scuola dell’infanzia si può stimolare il pensiero ipotetico, il problem solving, la scoperta.
Quanto contano i processi di identificazione per poter “crescere” e per apprendere?
Tutti i bambini hanno bisogno di amore, approvazione, sostegno. Prima si identificano con i genitori, poi anche con altre figure importanti, come i docenti. Alcuni insegnanti diventano veri e propri modelli. Perché? Perché possiedono una competenza desiderabile, ma soprattutto perché quella competenza è raggiungibile, acquisibile attraverso la relazione.
Quindi basta essere competenti per essere buoni maestri?
No. Non basta essere “magis” (bravi, competenti). Il docente deve saper collegarsi al bisogno umano profondo di cooperare, di rispondere agli altri, di costruire qualcosa insieme. L’apprendimento nasce fortemente nella reciprocità e nell’azione comune. Dove c’è un obiettivo condiviso, dove serve collaborazione, lì si attivano potentissimi processi di apprendimento.
In fondo, è l’idea della classe come comunità.
Esattamente. La sezione, la classe, come comunità di apprendimento. Non individui isolati che competono, ma persone che costruiscono insieme sapere e competenze.
Questo tema delle motivazioni intrinseche sembra molto personale per lei.
Lo è. È un filo rosso che ha attraversato tutta la mia vita. Studio, ricerca, psicopedagogia non mi hanno mai abbandonata. Ho sempre cercato di trasmettere questa passione ai miei studenti e ai miei “compagni di strada”. E sì, c’è anche una nostalgia: per una scuola che sapeva far innamorare del funzionamento “magico” della mente, non solo della conoscenza in sé, spesso trasmessa e non scoperta.
Un’ultima domanda: se dovesse dire tutto in una frase?
Senza motivazioni intrinseche non c’è vero apprendimento. C’è solo addestramento.
Un nome su tutti, in questo percorso?
Bruner. Sempre.
Quindi dobbiamo ringraziare Bruner, secondo lei?
Assolutamente sì