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In pensione a 63 anni, il sindacato non molla: diamo la possibilità a tutti, più tutele per donne e giovani

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Siamo al paradosso: tra i lavoratori italiani, c’è chi vuole rimanere in servizio ma viene obbligato ad andare in pensione; ma soprattutto ci sono tantissimi dipendenti, pubblici e privati, che vorrebbero abbandonare lavoro e sono invece obbligati a rimanere al loro posto fino quasi ai 67 anni.

Solo una piccola parte oggi lascia alle soglie dei 67 anni

A denunciarlo è Domenico Proietti, segretario confederale della Uil, nel commentare lo studio nazionale sulla previdenza pubblica, redatto dall’Osservatorio sulla gestione dei dipendenti pubblici dell’Inps e pubblicato il 30 maggio.

Secondo la ricerca la maggioranza delle pensioni erogate ai dipendenti pubblici risultano di anzianità e anticipate, anche di cinque o più anni rispetto ai “tetti” previsti dalla Legge Fornero. Mentre solo una piccola parte sono di vecchiaia, quindi lascia alle soglie dei 67 anni.

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Proietti (Uil): chi vuole restare non può farlo, è paradossale

Il sindacalista sostiene che i dati Inps sulle pensioni del pubblico impiego “mostrano come sia necessario operare interventi che consentano una reale flessibilità di accesso alla pensione. Nel settore pubblico, infatti, c’è il paradosso che in alcuni enti vi sia la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro alla ‘prima uscita disponibile’ per il pensionamento, quindi, di fatto, non si consente ai lavoratori, qualora lo volessero, di restare fino al compimento dell’età anagrafica”.

La proposta: flessibilità d’accesso, favorire donne e nuove generazioni di lavoratori

L’analisi di Proietti è impietosa: “Per la Uil è prioritario che si reintroduca una flessibilità di accesso alla pensione per tutti i lavoratori in tutti i settori a 63 anni, che, al contempo, si tutelino le lavoratrici valorizzando ai fini previdenziali il lavoro di cura svolto e superando le disparità di genere (per l’età di uscita oggi le donne sono equiparate agli uomini ma percepiscono assegni decisamente inferiori ndr), così come che si sostengano le future pensioni dei giovani prevedendo un meccanismo per colmare i buchi contributivi nelle carriere più discontinue“, conclude il sindacalista Confederale.

Va chiarito, comunque, che un eventuale modifiche delle norme, con possibile anticipo dell’età di accesso alla pensione, dovrà comunque per forza di cose prevedere un decurtamento (proporzionale al beneficio) dell’assegno pensionistico.