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10.02.2026

Inclusione e sostegno: siamo al fallimento perfetto

Questo non è l’ennesimo articolo sulla “missione” dell’insegnamento o sulla retorica del cuore. Se cerchi l’elogio dell’integrazione da cartolina, hai sbagliato interlocutore. Questa è l’analisi di un collasso sistemico: il resoconto di come la scuola italiana, nel tentativo ideologico di essere “per tutti”, stia finendo per essere “per nessuno”.

Sulla carta, l’Italia vanta una legislazione d’avanguardia mondiale. Nella pratica, abbiamo edificato un sistema di apartheid soft. Esiste un paradosso pedagogico insostenibile: l’insegnante di sostegno è diventato, nella prassi dei consigli di classe, il “proprietario” dell’alunno con disabilità. Invece di essere un perno della progettazione collegiale, viene utilizzato come un ammortizzatore sociale interno. Se l’alunno disturba, viene “portato fuori”; se non segue, gli si fa “fare altro”. Questa non è inclusione: è esilio in aula, consumato tra corridoi e laboratori, lontano dai compagni che dovrebbero essere i primi agenti del processo educativo.

Il problema risiede in una medicalizzazione esasperata della didattica. Abbiamo trasformato la scuola in una succursale delle aziende sanitarie. Il docente di sostegno vive in una costante dissonanza cognitiva: deve rispondere a un PEI (Piano Educativo Individualizzato) spesso ridotto a un freddo elenco di deficit clinici, mentre la realtà è fatta di relazioni umane che richiedono pedagogia, non solo patologia. Il risultato è un burnout precoce causato non dalla gravità delle diagnosi, ma dal senso di impotenza verso un’istituzione che pretende miracoli senza fornire strumenti, lasciando il docente solo nella gestione di crisi che richiederebbero équipe multidisciplinari mai pervenute.

La verità, per quanto impopolare, è che il sostegno è diventato il bancomat del precariato. Ogni anno, decine di migliaia di cattedre vengono assegnate a docenti privi di specializzazione, pescati da graduatorie incrociate per pura logica di riempimento. È un insulto alla professionalità docente e un tradimento sistematico dell’art. 3 della Costituzione. Il principio della continuità didattica è ormai una barzelletta giuridica: cambiare insegnante ogni anno a uno studente con disturbo dello spettro autistico non è un semplice disservizio, è una violazione del suo diritto fondamentale alla salute e allo sviluppo della personalità. Stiamo trattando gli studenti più fragili come numeri di una pratica burocratica, e i loro docenti come pedine intercambiabili in un algoritmo ministeriale.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: la scuola odierna, strutturata su modelli industriali del XIX secolo con classi pollaio e tempi rigidi, è strutturalmente incompatibile con l’inclusione reale. L’insegnante di sostegno non è più un docente, ma un mediatore di conflitti, un assistente alla comunicazione improvvisato e, con cinica frequenza, un “tappabuchi” per le supplenze dei colleghi. Abbiamo trasformato una risorsa specialistica in un ufficio di collocamento per neolaureati, svuotando di senso la figura del “regista della facilitazione”.

Per salvare il sistema non servono micro-corsi di formazione online o nuove sigle burocratiche. Serve una rivoluzione strutturale:

  • Superamento della delega: una cattedra mista dove ogni docente, curricolare e di sostegno, condivida la responsabilità educativa.
  • Specializzazione vincolante: l’accesso al sostegno deve richiedere percorsi di alta formazione con l’obbligo di permanenza decennale sulla sede, per garantire il diritto alla stabilità.
  • Sfoltimento burocratico: il PEI deve tornare a essere un progetto di vita e non uno scudo legale per proteggere le amministrazioni dai ricorsi delle famiglie.

Siamo pronti ad ammettere che il re è nudo? O continueremo a celebrare un’inclusione di facciata mentre, dietro le porte chiuse delle aule, docenti e studenti affogano in una frustrazione programmata dallo Stato stesso?

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