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Insegnamento usurante? La Gilda si appella alle istituzioni

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L’insegnamento andrebbe collocato tra i lavori più usuranti: ne è convinta la Gilda degli Insegnanti, che vorrebbe vedere inserita la categoria dei docenti nel nuovo pacchetto di professioni che prevedono, tra l’altro, trattamenti migliori sia sul fronte dell’età pensionabile che su quello della cura di eventuali malattie professionali derivanti dal servizio. L’associazione sindacale ha indirizzato il proprio appello alle istituzioni: in particolare al presidente del Consiglio, Romano Prodi, e al ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
“Di insegnamento ci si ammala – ha detto Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti – come dimostra anche una recente ricerca pubblicata dal Corriere della Sera che colloca i docenti ai primi posti nelle classifiche delle malattie usuranti come la depressione. Per questo chiediamo al premier e al ministro del Lavoro di inserire nella riforma del Welfare anche la nostra professione tra quelle usuranti”.
“Sin dal 2003 la nostra associazione ha denunciato il problema –ha continuato Di Meglio – con la ricerca condotta da Vittorio Lodolo D’Oria in diverse città italiane e la presentazione, il 23 ottobre dello stesso anno, di un’interpellanza parlamentare. Ma il nostro grido d’allarme è caduto nel vuoto. Ora che l’argomento torna alla ribalta sulle pagine di uno dei più importanti quotidiani italiani – ha concluso il rappresentante Gilda – cogliamo l’occasione per ribadire la gravità del problema e per chiedere al Governo un serio intervento per risolverlo”.
In effetti, lo studio decennale Getsemani, condotto da Vittorio Lodolo D’Oria, medico rappresentante Casse pensioni Inpdap, assieme ad un gruppo di esperti, rilevò che gli insegnanti sono i dipendenti pubblici più colpiti dalla sindrome del burnout: rischiano infatti di ammalarsi di patologie psichiatriche con una frequenza di gran lunga maggiore rispetto a impiegati, personale sanitario e operatori della pubblica amministrazione.
Gli accertamenti sanitari per l’inabilità al lavoro svolti dai collegi medici della Asl di Milano dal 1992 al 2001, per un totale di 3.049 casi clinici, misero a confronto quattro macrocategorie di dipendenti della pubblica amministrazione: 696 insegnanti, 596 impiegati, 418 sanitari e 1.340 operatori. La frequenza di disturbi della psiche nei professori risultò decisamente superiore, indipendentemente da altri fattori, come sesso ed età.
Al termine dello studio si rilevò che pur non essendo contemplata nel classificazione internazionale delle patologie psichiatriche, la sindrome del burnout, se trascurata, può trasformarsi in malattia mentale a tutti gli effetti: in questo contesto gli insegnanti a rischio sarebbero circa un milione.

“I dati – spiega Vittorio Lodolo D’Oria – mostrarono un aumento delle psicopatie (ma anche della percentuale di neoplasie) tra gli insegnanti. Però da quando Getsemani uscì le istituzioni e i sindacati fecero a gara nell’imitazione dello struzzo. Gli autori hanno “contato” le vere e proprie psicopatie che al 70% sono patologie reattive di tipo ansioso depressivo mentre nel 30% sono endogene (psicosi, schizofrenie, disturbi di personalità). Solo nell’8% dei casi gli insegnanti
sono stati ritenuti idonei a ritornare dietro la cattedra, mentre nella restante percentuale sono stati ritenuti inidonei all’insegnamento o inabili del tutto a qualsiasi proficuo lavoro. Un’ultima curiosità: gli insegnanti maschi si ammalano di psicopatie nella stessa percentuale delle donne; mentre nella popolazione normale, le donne ammalano di patologia ansioso depressiva in misura doppia rispetto agli uomini. Ciò sembra indicare che il fattore ‘insegnamento’ sia così forte che ‘allinea’ le differenze tra i due generi”.
Non tutto sembrano però d’accordo su questi dati. A tal proposito, anche se fare il docente non è la stessa cosa che svolgere l’attività di insegnante universitario, vale la pena ricordare che lo scorso luglio il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha espressamente dichiarato come i docenti accademici svolgano tra le attività meno usuranti in assoluto: “mi devono ancora convincere che si ammazzano di lavoro”, aveva risposto ad un giornalista del Corriere della Sera. Scontata la reazione dei docenti accademici: non svolgiamo solo lezioni ed esami, ma il nostro lavoro è costellato di impegni, burocrazia e attività collaterali. Come del resto i prof della scuola, che con l’arrivo dell’autonomia hanno visto almeno raddoppiare le attività aggiuntive.