Erasmus+, tante opportunità anche per i docenti: ecco cosa c'è da sapere

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Non ci sono solo i Promessi Sposi. E Dante?

È più che doveroso, per chi ha a cuore la letteratura italiana (e la sua cultura), firmare l’appello che molti e valenti intellettuali hanno presentato al Ministero dell’Istruzione (e del Merito) perché la lettura (completa o anche parziale) e l’analisi de I Promessi Sposi restino al secondo anno del liceo e non vengano minimizzate, umiliate, forse (alla fine) annullate in poche e riassuntive pagine soltanto al quarto anno, anno già denso di importanti autori da studiare e capire.

Sì, perché è proprio questo che suggeriscono le nuove Indicazioni Nazionali (una bozza per ora, si dice) per quanto riguarda lo studio della letteratura italiana, in particolare del Manzoni, nelle scuole superiori di secondo grado. Gli autori ed estensori dell’appello spiegano chiaramente le molte ragioni per cui non è possibile arrivare a rimpicciolire (o abolire) la dovuta attenzione al Manzoni e al suo capolavoro e smontano chirurgicamente i ragionamenti che hanno portato la Commissione preposta alle nuove Indicazioni Nazionali a proporre l’improponibile.

Ma se un ‘oltraggio’ è stato fatto al Manzoni (la cui opera è stata fondamentale per traghettare l’italiano da lingua puramente scritta e libresca a strumento di comunicazione moderno, vivo e unitario), un trattamento non migliore, anzi peggiore, è stato riservato a Dante, considerato il padre della lingua italiana e il fondatore della nostra letteratura.

Lo studio della Divina Commedia è infatti concentrato e assottigliato tra il terzo e il quarto anno delle superiori: in sostanza alla Commedia si dedicheranno meno di due anni, o poco più di un anno. Questo è autolesionismo culturale. Eppure, si dice, occorre fare spazio ad altri autori più moderni. Anche questo è giusto, ma quanti di questi sono veramente meritevoli di attenzione?In realtà il tentativo di affossare il Sommo Poeta, considerato obsoleto e difficile (questo pensa chi non riesce o non vuole coglierne la grandezza eterna, sempre attuale e senza limiti cronologici, e non desidera affaticarsi a capirlo e a spiegarlo), non è nuovo.

Le Indicazioni Nazionali attuali prevedono la lettura di 20/25 canti del capolavoro dantesco nel corso del triennio nei licei (più o meno dieci canti per anno), 15 o meno nel triennio dei tecnici e professionali. Ulteriori indicazioni parlano di 8 canti per anno nei trienni dei licei, 10/11 in tutto il triennio dei tecnici e professionali.

Spesso, però, tali indicazioni non vengono seguite (o ci si attiene ad esse in modo superficiale e distaccato). Così, all’esame di maturità, l’alunno conosce vagamente il riassunto di qualche canto (solo la sintesi senza alcun commento) o dimostra, non di rado, di non aver neppure “aperto libro”, se mai l’ha avuto.

Diciamo la verità. La colpa di questa grave ignoranza non è attribuibile solo agli allievi. Dobbiamo ammettere, senza generalizzare, che i primi a non “considerare” Dante una materia di studio da svolgere con convinzione e precisione sono i professori di italiano. Sono loro i primi a non credere nella possibilità di insegnare dignitosamente la Commedia a scuola: qualche sparso canto può bastare. La ritengono passata, anacronistica e indecifrabile per i giovani. Cosa non vera, perché, se viene presentato in modo corretto e soprattutto con passione, Dante parla ancora ai giovani di oggi e di domani.

Se questo è il loro pensiero (non possiamo certo chiamarli dantisti) sul rapporto tra Dante e la scuola, non possiamo aspettarci che i ragazzi amino e studino appassionatamente i mirabili versi danteschi.

Versi danteschi? Purtroppo si leggono ben poco le “miracolose terzine”, quasi d’ispirazione divina. Manca la volontà, prima dei docenti e poi dei discenti, e ci si rifugia nel luogo comune della difficoltà insormontabile. Se si volesse, invece…
Da anni, inoltre, le case editrici, per venire incontro più ai docenti che agli alunni, propongono versioni integrali della Commedia (Inferno, Purgatorio e Paradiso uniti in un solo volume), munite di precisa parafrasi ed essenziale commento. Non è certo questo il modo giusto per entrare nel “mondo” di Dante. Ben lontani sono i tempi del “Petrocchi” o del “Bosco”.

Se questa è la situazione, non c’è da stupirsi se i “saggi” della Commissione incaricata di rielaborare le Indicazioni Nazionali per le superiori abbiano proposto di condensare e ridurre lo studio dell’opera “principe” della nostra letteratura in un anno o poco più, evitando poi probabilmente di farla portare all’esame finale.

È vero, non possiamo dimenticare i nuovi “classici”, ma Dante è Dante e la Divina Commedia è sopra tutto e sopra tutti.

Proprio per questo si dovrebbe iniziare e incentivare lo studio della Commedia a partire dalle elementari (in forma ludica e teatrale), proseguendo nelle medie (con brani analizzati, capiti e appresi a memoria), fino alle superiori, per tutti i cinque anni: uno studio ampio, totale, approfondito, analitico e preciso, se non di tutti i cento canti, almeno di 55/60.
Ovviamente, poi, il poema “a cui ha posto mano cielo e terra” dovrebbe costituire uno dei momenti più importanti dell’esame di maturità.
È una provocazione, lo so, una folle provocazione. Sarebbe già un risultato non toccare nulla. Ed è ugualmente folle immaginare che in altri Stati la considerazione e l’apprezzamento verso il Poema Divino siano maggiori che in Italia? Chissà.

“Dante è il poeta più universale che abbia scritto in una lingua moderna. L’italiano di Dante diventa la ‘nostra’ lingua nel momento in cui incominciamo a leggerlo.”
(T. Eliot)

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