L’onda lunga figlia della drastica riduzione di nati in Italia ha preso e continuerà a prendere in pieno la scuola: nel prossimo decennio è previsto un fortissimo calo di iscritti, con inevitabili ripercussioni sul numero di scuole, docenti e personale tutto, destinati a scendere radicalmente. La riduzione complessiva, considerando tutti i cicli scolastici, di oltre 100mila alunni l’anno dell’ultimo triennio, continuerà quindi ad andare avanti imperterrita. Tanto che nel prossimo decennio si perderanno oltre un milione di alunni: solo nella scuola primaria il calo sarà di almeno mezzo milione di alunni, di cui quasi 200mila al Sud: il dato, davvero sconfortante e già da noi evidenziato, è stato reso pubblico nel corso del convegno “Spopolamento, migrazioni e genere“, svolto a Roma il 30 settembre, per iniziativa dello Svimez e della Fondazione Brodolini, con il supporto di Save the Children e la partecipazione del W20.
Dallo studio nazionale risulta che Sardegna (-35%), Abruzzo (-25,8%), Molise (-23,6%), Basilicata (-23,5%) e Puglia (-23,3%) saranno tra le regioni più colpite.
Gli effetti della denatalità, che ha portato ad avere in media nel nostro Paese appena 1,1 figli a famiglia (solo tra gennaio e giugno 2025 si sono registrati 12.054 bambini e bambine in meno, segnando un -7,5%) sono già iper-visibili: oggi, infatti, circa 3mila Comuni, quasi la metà del Sud, rischiano la chiusura della loro unica scuola primaria.
Tra il 2014 e il 2024, l’Italia del resto ha perso 1,4 milioni di abitanti, con un calo demografico che colpisce soprattutto il Mezzogiorno (-918 mila persone). A pesare è il saldo naturale negativo, solo in parte compensato dai flussi migratori. A crescere restano poche eccezioni come Bolzano, Trento, Emilia-Romagna e Lombardia.
La forte riduzione di iscritti nelle nostre scuole non è una novità: nel 2023, il ministro Giuseppe Valditara aveva detto che nel 2033 ci ritroveremo con oltre un milione di alunni in meno: “Dagli odierni 7,4 milioni di studenti nell’anno scolastico 2033/2034 – aveva dichiarato il numero uno del Mim – si scenderà a poco più di 6 milioni di iscritti. A ciò bisogna aggiungere il fenomeno della fuga dei cervelli. L’organico dei docenti rischierebbe di passare dalle oltre 684mila cattedre a circa 558mila, con una riduzione di 10, 15 mila posti di lavoro ogni anno”.
Salvo interventi da parte dei Governi, quindi, il calo di cattedre e di personale Ata, oltre che di scuole autonome, appare inevitabile.
”L’effetto di tutto ciò – aveva detto ancora il Ministro – si sentirà di più nella scuola secondaria di secondo grado, dove potremo perdere circa 500mila studenti, in quella di primo grado 300mila, nella primaria 400mila, nell’infanzia 186mila”.
Secondo gli esperti, il Pnrr rappresenta un’occasione cruciale: con investimenti in infrastrutture sociali, come gli asili nido, può contribuire a riequilibrare l’offerta pubblica di servizi essenziali, sostenere, direttamente e indirettamente, l’occupazione giovanile e femminile e rendere più attrattivi i territori.
Sempre nel 2024, la spesa per investimenti dei Comuni destinata agli asili nido è cresciuta di dieci volte rispetto al periodo pre-PNRR, che ha destinato a questa missione oltre 4 mld di euro: lo Svimez stima che sui progetti in avanzato stato di attuazione si è avviato un percorso di convergenza e grazie proprio al Pnrr al Sud si è passati dal 6,8 al 13,8 %; mentre il Centro-Nord è passato dal 17, al 21,8%. Portando dunque a termine tutti progetti si riuscirebbe a riequilibrare da Nord a Sud l’offerta pubblica di posti nido fino a una copertura del 25%.
Per Raffaela Milano, direttrice Ricerca di Save the Children, “è necessario un cambio di rotta deciso” per “restituire fiducia, opportunità concrete e un orizzonte ai giovani, alle ragazze, a chi è nato in Italia e a chi vi è giunto da altri Paesi”.
“I giovani – incalza Milano – fin dall’adolescenza sanno che per avere migliori opportunità di vita dovranno allontanarsi dal Paese. Che si tratti di trasferirsi in contesti urbani più dinamici o di cercare prospettive professionali e di vita all’estero, emerge da parte di ragazzi e ragazze – e di più per chi ha un background migratorio – una forte esigenza di cercare condizioni migliori di quelle attuali. Le aspettative delle ragazze di poter fare nella vita quello che si desidera o per cui si è portati risultano poi significativamente inferiori rispetto a quelle dei coetanei maschi”.
Serenella Caravella, di Svimez, ritiene che “la chiave è ribaltare la narrazione: l’inclusione e l’accoglienza possono ridurre l’emigrazione, attrarre nuove famiglie e spezzare il circolo vizioso tra spopolamento e rarefazione dei servizi. Coesione sociale, economica e territoriale – insieme alle transizioni verde e digitale – devono restare al centro delle politiche nazionali ed europee.
Linda Laura Sabbadini, delegata del Women20 ritiene che “non solo siamo ultimi in Europa come tasso di occupazione femminile”, ma “le giovani sono molto più indietro delle coetanee europee come livello di istruzione e competenze”.
Secondo Manuelita Mancini, direttrice Fondazione Giacomo Brodolini, “le donne migranti e non, i bambini e le bambine sono la leva principale dello sviluppo dei territori per la loro rigenerazione e per rafforzare il tessuto sociale, ma questo non può realizzarsi senza politiche che puntino al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei territori”.