Quando tra insegnanti si riesce a trovare il tempo di confrontarsi sull’andamento della scuola di oggi, si finisce quasi sempre per discutere delle assurdità burocratiche che sottraggono preziose energie al personale, generano stress inutili e, di conseguenza, indeboliscono l’efficacia dell’azione educativa. In estrema sintesi, si discute del modo in cui si sta uccidendo la scuola.
La crescente complessità delle istituzioni scolastiche – dovuta sia a fattori quantitativi (numero di plessi, di alunni, ecc.) sia a fattori qualitativi (legati all’emergenza educativa in corso) – ha reso necessario che i dirigenti ricorrano in modo massiccio agli strumenti della delega e dell’incarico. Di conseguenza, nelle scuole proliferano ruoli intermedi di vario genere.
Occorrerebbe, tuttavia, prestare maggiore attenzione all’individuazione delle persone chiamate a comporre l’organigramma scolastico. Si registra, infatti, una tendenza tutt’altro che rassicurante: i delegati e gli incaricati interpretano il proprio ruolo con un eccesso di zelo che spesso sfocia nella burocratizzazione di ogni cosa.
Si tende a complicare tutto, anche ciò che per natura non dovrebbe essere affatto complicato. Si producono format per verbali, griglie, schede e programmazioni sempre più astrusi e difficili da comprendere; si citano norme, spesso superate o erronee; si chiede ai poveri docenti di inserire nelle varie modulistiche informazioni così dettagliate da arrivare, in qualche caso, persino a dover immaginare il futuro, come se l’insegnamento fosse diventato un esercizio di divinazione più che una professione educativa; si richiedono firme per ogni cosa, anche quando non è necessario.
Mi limiterò a un solo esempio per far comprendere la gravità della situazione. In occasione delle valutazioni periodiche e finali, in molte scuole si richiede a tutti gli insegnanti di firmare il verbale. Ne deriva una vera e propria “caccia” alla firma, che si attiva nei giorni immediatamente successivi alle deliberazioni. Questa prassi genera stress e contribuisce ad alimentare, anche se in parte, il triste fenomeno del burnout scolastico.
Tutto ciò, infatti, non è necessario: il Consiglio di Stato, nella sentenza n. 344 del 25 gennaio 2003, chiarisce “che il verbale, anche se preordinato a riprodurre l’attività di un organo collegiale, non è per sua natura un atto collegiale, ma solo il documento materiale che attesta, con le garanzie di legge, il contenuto di una volontà collegiale”; di conseguenza, “la sottoscrizione da parte di tutti i componenti del collegio (…) non può considerarsi elemento essenziale per la sua esistenza e intrinseca validità”.
In sintesi, il verbale è valido anche se è firmato solo da chi presiede la seduta e, soprattutto, da chi verbalizza.
Per rendersene conto, senza analizzare la giurisprudenza amministrativa, basterebbe porsi una semplice domanda: i verbali del collegio dei docenti e del consiglio d’istituto sono forse firmati da tutti i componenti dell’organo collegiale? No! Eppure, pur riguardando deliberazioni di una certa rilevanza (approvazione del PTOF, del conto consuntivo, del programma annuale, del regolamento d’istituto, ecc.), essi sono pienamente validi dal punto di vista giuridico.
Basterebbe poco per restituire al personale della scuola le energie e l’entusiasmo indispensabili a porre in essere un’azione educativa efficace. La sburocratizzazione, però, deve partire dal basso, dal livello intermedio dell’organizzazione scolastica, composto da delegati e incaricati che, spesso, non resistono alla tentazione di complicare inutilmente il lavoro altrui.
Giuseppe Iaconis