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La chiusura delle classi di soli stranieri a Milano, i genitori non ci stanno

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Sarà esaminata dai giudici la decisione del ministero dell’Istruzione di non autorizzare la formazione di una classe di prima elementare nella scuola di via Paravia a Milano, la Lombardo Radice, perché sarebbe stata altrimenti composta da soli bambini stranieri e quindi non in linea con la norma introdotta un paio di anni fa che prevede uno sbarramento al 30% di alunni non italiani. Se a viale Trastevere sono convinti che per favorire la loro integrazione occorra trasferire i bambini stranieri in una serie di istituti vicini, come già accaduto alla Pisacane di Roma evitando in questo modo la formazione di "classi ghetto", alcune famiglie coinvolte nello spostamento coatto dei bambini, disposto dal ministero dell’Istruzione, non sembrano pensarla allo stesso modo: si sono rivolte ad un avvocato, Alberto Guariso, il quale nelle ultime ore ha presentato ricorso contro l’Ufficio scolastico regionale lombardo ed il Miur per non aver autorizzato la formazione di una classe di prima elementare nella scuola di via Paravia perché dei 17 bambini iscritti, 15 risultavano di origine straniera.
Il legale ha presentato una lettera all’Usr, responsabile della decisione di spostare gli alunni, e al dirigente della scuola Radice a nome dei suoi assistiti: chiede, in pratica, di far slittare di qualche giorno l’udienza, fissata alle ore 10 del 14 settembre davanti al giudice della prima sezione civile Serena Baccolini. "Vi invito (…) ad assumere ogni provvedimento – si legge nella missiva – affinché gli alunni possano frequentare la scuola in oggetto fino all’esito del giudizio, al fine di evitare il prodursi in capo ad essi di danni che – in caso positivo dell’esito – resterebbero a carico dell’amministrazione e dei singoli funzionari responsabili, dandone cortese comunicazione ai genitori e al sottoscritto".
Il 5 agosto a condannare la posizione del Ministero è stato anche il Comitato italiano, che ha richiamato “all`attenzione delle istituzioni preposte a tale decisione il principio di non discriminazione alla base della Convenzione sui diritti dell`infanzia e dell`adolescenza, ratificata dall`Italia con legge del 27 maggio 1991. E richiama altresì quanto previsto dal testo unico sull`immigrazione che prevede che per i minori stranieri ‘si applichino tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all’istruzione’".
L’Unicef Italia, che aveva anche contestato l’introduzione del tetto del 30%, con l’occasione chiede anche di cambiare la norma che dovrebbe garantire il diritto all’istruzione anche agli alunni non italiani: “la maggior parte degli alunni di origine straniera iscritti alla prima classe della ‘Lombardo Radice’ sono bambini nati in Italia e che hanno dimestichezza con la lingua italiana avendo frequentato la scuola materna nel Paese, ma in virtù dell`attuale legge sulla cittadinanza – si legge sempre nella nota Unicef – non possono fare richiesta di diventare cittadini italiani fino al compimento del diciottesimo anno di età: anche alla luce di questi episodi risulta quindi urgente un ripensamento dell`attuale normativa in materia di acquisizione della cittadinanza".