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La cultura per prevenire il terrorismo. 500 Euro ai diciottenni?

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Matteo Renzi nel corso di #Matteorisponde del 13 aprile 2016 annuncia l’app per il bonus di 500 Euro ai diciottenni.

Giustamente il nostro primo ministro sostiene che di fronte al terrorismo occorre agire non solo sul terreno del contrasto da parte delle forze dell’ordine, ma anche su quello della cultura. Come spesso avviene, però, il concretizzarsi di queste parole è stato a dir poco incoerente e sconcertante.

Proviamo ad immaginare una classe in cui sono presenti (come spesso avviene) allievi che fanno tutto il possibile per impedire ai compagni di svolgere quelle attività che consentono di scoprire la bellezza della cultura e dello stare bene insieme e che agiscono attuando forme di prevaricazione e di bullismo.

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Cosa dovremmo fare?

Potrebbe essere utile dare agli alunni nati nel mese di febbraio un buono per andare al cinema o a teatro?

Questo è ciò che ha pensato di fare Renzi quando ha proposto di dare 500 Euro ai diciottenni. Un contributo genericamente indirizzato all’acquisto di prodotti culturali, mentre la scuola langue in condizioni di grave difficoltà per scarsità di risorse e per l’assenza in chi la governa di un pensiero pedagogico in grado di renderla davvero una buona scuola.

Cosa potrebbe fare la scuola per evitare che dei giovani nati e cresciuti in Europa sentano così nemico il mondo che li circonda da desiderare di distruggerlo e da preferire la morte alla vita?

Se la scuola è un ambiente basato sulla competizione, l’individualismo, l’esclusione sarà probabilmente fonte di disagio ed emarginazione, al punto da spingere verso la chiusura nel proprio gruppo culturale o sociale di provenienza, se invece è un ambiente fondato su principi di solidarietà, cooperazione ed inclusione avrà buone possibilità di favorire la creazione di un senso di appartenenza all’umanità.

Anche in questo caso un grave errore del governo: la riforma della scuola di Renzi è completamente inadatta non solo a favorire lo sviluppo di una maggiore qualità dell’istruzione, ma soprattutto, incentivando la competizione, agisce in modo diametralmente opposto rispetto a quello necessario per la creazione di ambienti inclusivi.

A differenza infatti di ciò che i fanatici del libero mercato pensano, non è la competizione che migliora la qualità in un contesto educativo, ma il livello di collaborazione, come risulta dalle evidenze scientifiche nell’ambito delle scienze dell’educazione (Fullan, Hargreaves, 1991; Sergiovanni, 2000; Wald, Castleberry, 2010; Hattie, 2009, 2012; Mitchell, 2014). Ma in realtà anche in un contesto produttivo le capacità relazionali che favoriscono la collaborazione con gli altri risultano vincenti, come ci spiega Daniel Goleman (1995).

Si pone inoltre un problema meno evidente, ma in prospettiva molto grave proprio dal punto di vista dei danni che potrebbe produrre a quell’integrazione tra culture, necessaria per prevenire ostilità reciproche, foriere di tragici eventi come quelli a cui stiamo assistendo: se ogni dirigente potrà, come prevede la legge 107/2015, scegliere gli insegnanti della propria scuola, esiste il forte rischio che si creino scuole culturalmente o ideologicamente orientate sulla base delle opinioni del dirigente. Si prospettano così, anche in questo caso, separazioni e divisioni, quando invece ciò di cui abbiamo bisogno è una scuola laica e pluralista, che aiuti a costruire il senso di appartenenza alla comunità umana, che includa ogni cultura ed ogni forma di pensiero nel reciproco rispetto.

Siamo ancora in tempo per cambiare rotta.

È necessario che l’Italia ripensi al modello di scuola imposto dalla Legge 107/2015.

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