Quello della “deriva progressista” che avrebbe guidato la scuola negli ultimi anni è diventato ormai lo slogan più apprezzato e più utilizzato dalle forze politiche che stanno governando la scuola.
Per chi conosca, anche solo sommariamente, la storia della scuola italiana risulta però difficile capire con precisione a quali fatti concreti e a quali riforme ci si riferisca.
Se andiamo indietro di un quarto di secolo arriviamo al ministro Berlinguer a cui si devono due riforme importanti: la riforma dei cicli e la legge sulla parità scolastica. Questa seconda legge è stata sempre molto apprezzata anche dai governi di centro-destra che l’hanno utilizzata per aumentare via via i finanziamenti per le scuole paritarie, mentre la prima venne abrogata con un mezzo comma inserito nella legge 53 del 2003 con cui il governo Berlusconi diede il via alla cosiddetta “riforma Moratti”.
Riforma che, è bene ricordarlo, si rifaceva alle famose tre I, Inglese, Internet e Impresa, leit-motiv a cui si ispirarono le prime Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati del 2004.
Fra il 2006 e il 2008 ci fu poi la breve parentesi targata Fioroni durante la quale non vennero approvate leggi strutturali di rilievo (la politica del Ministro fu quella del “cacciavite” che egli usò per aggiustare quelle che il centro-sinistra considerava le storture maggiori della riforma Moratti): nel primo ciclo sparì il port-folio degli alunni nel primo ciclo e vennero cambiate le Indicazioni.
Nel 2008, con il nuovo Governo Berlusconi, viene immediatamente approvato il “Piano triennale” per la scuola firmato da Tremonti: 8 miliardi di tagli e revisione degli ordinamenti.
Nel concreto toccò alla ministra Maria Stella Gelmini mettere a punto i provvedimenti necessari alla attuazione del Piano.
Fu l’occasione anche per ripristinare il voto numerico nella scuola primaria, misura che riscosse gli applausi di tutto il centro destra (Lega compresa).
E fino a questo punto di provvedimenti che si possano ascrivere alla “deriva progressista” non se ne vedono.
Si arriva così al ministro Francesco Profumo (Governo Monti) di cui però non si ricordano riforme che abbiano inciso né in senso progressista né in direzione contraria.
La “svolta” arriva nel 2014 con il Governo Renzi, con la ministra Giannini e con la riforma della “Buona Scuola” contestatissima a destra e a sinistra e che nel maggio del 2015 provocò uno degli scioperi più partecipati di sempre.
Riforma che, peraltro, risulterebbe comunque un po’ difficile inserire nella narrazione della “deriva progressista” visto che uno dei criteri ispiratori (e contro il quale si scatenarono le piazze) era proprio quello della valorizzazione del “merito”.
Il “dopo Renzi” è storia più che nota: nel primo Governo Conte era ministro dell’Istruzione il leghista Bussetti che, proprio nelle ultime settimane del suo incarico, firmò la legge sulla Educazione civica fortemente voluta da Matteo Salvini che pensava che sarebbe bastato quello per fermare i “guasti del 68” e per trasformare gli studenti scavezzacollo in cittadini modello.
Subito dopo sono arrivati la ministra Azzolina (la parentesi Fioramonti non conta) e il ministro Patrizio Bianchi che hanno dovuto gestire l’emergenza Covid e non hanno potuto fare molto in senso progressista e neppure in direzione contraria.
A questo punto si conclude l’era delle derive e si entra nel pieno del Governo di oggi.
Governo e Ministro che, lo ricordiamo, avevano annunciato già 2 anni fa misure epocali per ripristinare la cultura del rispetto e del buon comportamento degli studenti: ma il nuovo Regolamento è stato approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri meno di un mese fa e non si è ancora sicuri che possa concretamente essere applicato già a settembre visto che, ad oggi, le scuole non dispongono ancora degli elenchi degli enti e delle associazioni che potrebbero accogliere gli studenti sospesi dalle lezioni per più di 2 giorni.
Una migliore conoscenza della storia della scuola italiana dovrebbe indurci a fare valutazioni più meditate sulle ragioni dei cambiamenti sociali e dei comportamenti individuali.
Facciamo due soli esempi per spiegare cose intendiamo dire.
Nel 1962 veniva approvata la riforma della scuola media unica (che oggi viene considerata una riforma epocale che avrebbe dato avvio alla “scolarità di massa” ma che all’epoca – seppure per ragioni opposte – incassò in Parlamento il voto contrario dell’estrema destra e della sinistra comunista).
Per vedere concretamente gli effetti della legge furono necessari ancora molti anni, tanto che nel 1969 l’inchiesta condotta da Barbagli e Dei (Le vestali della classe media) indicava che era proprio gli insegnanti (o almeno una buona parte di loro) ad opporsi alla scuola “unica” con la motivazione che in tal modo favorivano il “livellamento” e l’”appiattimento” delle capacità individuali e il “declassamento” della cultura.
Non era cioè bastata una legge per “democratizzare” la scuole e per dare attuazione ad alcuni principi costituzionali.
Ci voleva ben altro.
Nel 1977 veniva approvata la legge 517 che prevedeva l’ “inserimento degli handicappati” (come allora si diceva) nelle classi comuni.
Ma dopo mezzo secolo la nostra scuola non è ancora inclusiva come dovrebbe essere, tanto che molto spesso devono intervenire i tribunali per imporre a questo o a quel comune o a quella scuola di attivare le risorse necessarie per garantire i diritti di tutti.
E che ci sia qualcosa che non funziona in questo campo lo si intuisce anche dal maldestro tentativo di risolvere il problema cambiando la denominazione degli insegnanti specializzati da “insegnanti di sostegno” a “insegnanti per l’inclusione” come hanno pensato di fare alcuni parlamentari della Lega che hanno presentato un disegno di legge in tal senso.
Il fatto è che la nostra scuola è una organizzazione molto complessa (oltre che molto complicata) il cui funzionamento è legato non solo a centinaia di leggi di varia origine (alcune risalgono addirittura al “Ventennio”) ma anche a pratiche didattiche e pedagogiche di diverso orientamento.
Pensare di eliminare “derive” negative o di imporre “pratiche” innovative a colpi di decreti e circolari è una pia illusione (che peraltro fa a pugni con la storia stessa del nostro sistema scolastico).