Ogni volta che un episodio di violenza irrompe nelle scuole, il dibattito pubblico si attiva con una rapidità quasi automatica. Si cercano responsabili immediati, si invocano pene più severe, si moltiplicano decreti, circolari, protocolli di emergenza. E, puntualmente, la scuola viene “sanitarizzata”: squadre di psicologi chiamate a intervenire come se l’istituzione educativa fosse un pronto soccorso permanente.
Eppure, una domanda più profonda continua a rimanere sullo sfondo, spesso elusa anche da posizioni progressiste e democratiche: che cosa ci sta dicendo davvero questa violenza?
I ragazzi non nascono violenti. I ragazzi apprendono. Apprendono da ciò che vedono, da ciò che vivono, da ciò che viene loro mostrato come normale, legittimo, efficace.
La cosiddetta “cultura delle lame” non è un fenomeno spontaneo né generazionale: è il prodotto di un contesto sociale che ha progressivamente impoverito l’educazione, svuotandola di senso, di tempo, di investimento. I giovani sono figli di questa società, non una sua anomalia. Riflettono – spesso in modo brutale – le contraddizioni, le fratture e le incoerenze del mondo adulto.
Una vecchia maestra diceva: «La classe è lo specchio dell’insegnante». Oggi potremmo dire, con maggiore realismo: la scuola è lo specchio della società che la abita e delle priorità politiche che la governano.
Da anni assistiamo a un progressivo disinvestimento educativo: meno tempo educativo, meno figure stabili, meno continuità, meno progettualità. In compenso, più adempimenti, più valutazioni, più controlli, più sanzioni. È un paradosso evidente: di fronte a un disagio educativo crescente, la risposta dello Stato non è educativa, ma punitiva o clinica.
Punire non educa.
Medicalizzare non educa.
Emergenzializzare non educa.
La scuola non è un ospedale, né una caserma. È – o dovrebbe essere – un luogo di costruzione di senso, di apprendimento delle regole della convivenza, di elaborazione del conflitto, di educazione alla responsabilità. Tutto ciò richiede presenza educativa stabile, non interventi spot. Richiede educatori e pedagogisti inseriti strutturalmente nelle scuole, non chiamati solo quando “qualcosa è andato storto”.
Nel dibattito pubblico manca ancora una riflessione fondamentale: senza un investimento massiccio, sistemico e continuativo sull’educazione, ogni altra misura è destinata a fallire. Non bastano le leggi penali, non bastano le campagne di sensibilizzazione, non bastano le task force.
Serve una scelta politica chiara: considerare l’educazione una infrastruttura essenziale del Paese, al pari della sanità e della sicurezza. Serve restituire dignità, risorse e centralità al lavoro educativo. Serve riconoscere che prevenire la violenza significa costruire contesti educativi solidi, competenti, autorevoli e umani.
La pedagogia professionale, oggi, non chiede indulgenza né alibi. Chiede responsabilità. E la prima responsabilità è degli adulti e delle istituzioni.
Perché se la violenza parla, è perché qualcuno, per troppo tempo, ha smesso di educare ad ascoltare.
Alessandro Prisciandaro